|
|
E' tempo di elezioni.
Come sempre, in tali frangenti (ma solo in questi), l'associazionismo,
il volontariato e le problematiche sociali divengono oggetto
di attenzioni politiche. E anche di corteggiamenti e di strumentalizzazioni,
non sempre rifiutati: si veda, ad esempio, un recente convegno
dal titolo "Più spazio al non profit in Italia".
Il cosiddetto Terzo settore o, meglio, le realtà di disagio,
esclusione e povertà cui esso rimanda, non hanno bisogno
tanto di "più spazio", quanto di maggiore giustizia
sociale, vale a dire riconoscimento, dignità e peso nel
determinare le politiche e le scelte in materia sociale. Il che
presuppone anche, da parte del Terzo settore (che pure è
attraversato da differenze, anche profonde, proprio su questi
temi, sulla propria identità, funzione e autonomia, sul
rapporto con la politica), di una nuova e diversa consapevolezza
di sé. Diversamente, si vuole e si vorrebbe sempre più
trasformarlo in un sostituto dello stato sociale, in un gestore
a basso costo di servizi, usarlo come alibi nello smantellamento
di diritti fondamentali della persona. Oppure e appunto si tenta
di "colonizzarlo". Al contempo amputandolo della coscienza
critica e politica, della necessità di tenere rigorosamente
assieme solidarietà e giustizia, cultura e politica, valori
e pratica sociale.
Anche per queste dinamiche, per questo progressivo scollamento
tra società civile e rappresentanza politica, non è
allora un caso che in Italia esista un "partito virtuale"
assai forte. Un "partito" a due cifre percentuali che,
pur avendo molte ragioni, non conta nulla: è il partito
dellastensione, del non voto e del voto di protesta che cresce,
elezione dopo elezione.
Si tratta di milioni di uomini e donne accomunati dal fatto di
essere progressivamente delusi, amareggiati ed emarginati da
una politica vuota e da un sistema politico assai spesso autoconservativo
e autoreferenziale.
I primi passi della campagna elettorale che si sta precocemente
aprendo sembrano confermare la sterilità e demagogia di
programmi politici privi di credibilità, poiché
troppo simili, cloni di un pericoloso "Pensiero unico"
che da tempo ha soppiantato il confronto plurale e la libera
competizione tra idee e valori, riferimenti e interessi, progetti
e proposte.
L'interscambiabilità dei programmi elettorali introduce
un virus pericoloso per la democrazia; il massiccio fenomeno
della cosiddetta "transumanza" degli eletti tra i Poli,
tra Gruppi parlamentari o partiti alternativi solo in apparenza,
rischia di rendere quella stessa democrazia una finzione e limpegno
politico un redditizio investimento economico. Del resto, una
politica ridotta a fatto tecnico e succube dei sondaggi (che,
a loro volta, riducono i cittadini a "macchine" di
un consenso binario e superficiale), che non promuove ed anzi
rifiuta la partecipazione, che rifugge la passione civile e la
battaglia delle idee in nome di un freddo pragmatismo, che rinuncia
alla progettualità limitandosi alla gestione, è
una politica vecchia e cinica. Una politica che persegue un governo
della società e dello stato come puro esercizio di potere,
come conservazione dei privilegi delle fasce sociali più
forti, a fronte di cui stanno invece gli interessi, i diritti
e i bisogni di milioni di cittadini che non trovano oggi sufficiente
tutela e rappresentazione.
Cittadini che subiscono infatti sulla propria pelle l'assenza
o il deficit di politiche eque e attente ai valori della giustizia
sociale e delle libertà. Allo stesso tempo, sono orfani
di una politica capace di rappresentare per davvero i loro legittimi
e disattesi interessi, valorizzandone la partecipazione e il
protagonismo sociale.
Eppure, esiste una società civile che quotidianamente
opera in vario modo sul territorio producendo identità
e legame sociale, vale a dire ricerca di senso, reti di comunicazione,
percorsi solidali. Anch'essa ha molte ragioni e buone pratiche,
ma non conta nulla. Non ha potere e viene sovente usata e strumentalizzata
per sopperire a basso costo alle politiche sociali disattese,
a quei servizi socio-sanitari e a quei diritti di cittadinanza
che vengono sempre più negati a intere fasce di popolazione,
si tratti di anziani o di giovani, di poveri o di immigrati,
di lavoratori precari o di famiglie monoreddito, di malati o
di sofferenti.
E' una società civile che deve contarsi per poter contare.
Deve discutere per poter proporre.
Per discutere dei problemi sociali più drammatici, per
confrontarci sui temi dell'ambiente, del lavoro, delle povertà,
della sanità e della giustizia.Per contarci, per costruire
collegamento e identità, per uscire dalla passività,
dalla rassegnazione o dalla logica della "delega",
vogliamo incontrarci in un appuntamento a carattere nazionale
il giorno sabato 24 febbraio dalle ore 17 a Torino
presso l'Unione Culturale, via Battisti 4.
Aderiscono e intervengono, tra gli altri: Vittorio Agnoletto
(Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids), Aldo Bonomi (Aaster),
don Luigi Ciotti (Gruppo Abele e Libera), Livio Ferrari (Conferenza
Nazionale Volontariato Giustizia), Fabio Levi (Università
di Torino), Livio Pepino (Magistratura Democratica), Marco Revelli
(Università di Alessandria) Pierluigi Sullo (Carta-Cantieri
Sociali), Guido Tallone (Coordinamento Nazionale Comunità
di Accoglienza), Grazia Zuffa (Fuoriluogo-Forum Droghe), coordina
Sergio Segio (Gruppo Abele)
Per adesioni
e informazioni: Gruppo Abele, tel. 011/8142756, fax 011/8142749
e-mail: abele@inrete.it
|
|