Uomini
schiavi, mercato libero
a cura
di Paolo VERONESE
Se c'è su questo
mondo ancora qualcuno che viene ucciso per il colore della pelle
o che viene messo in catene, come possiamo esser fieri della nostra
libertà? Oggi ci sono nel mondo 27 milioni di persone ridotte
in stato di schiavitù o servaggio, e il loro numero è
in aumento. La maggioranza degli schiavi (circa 20 milioni) è
costituita da cittadini asiatici, che per debiti si trovano in
quella situazione. Sono intere famiglie, bambini compresi, degradati
a schiavi per ottenere cure mediche o a causa di un raccolto andato
perduto: può accadere che una famiglia rimanga schiava
per intere generazioni.
La schiavitù - scrive Kevin Bales in I nuovi schiavi
, Feltrinelli 2000 - riduce i costi di produzione industriali
e tale risparmio, grazie alla globalizzazione, raggiunge i negozi
d'Europa e dell'America del Nord sotto forma di prezzi più
bassi e profitti più alti per i commercianti. Infatti,
i beni prodotti dagli schiavi e le merci da loro assemblate (come
palloni, scarpe, vestiti) hanno l'effetto di aumentare i profitti
e non a far calare i prezzi al consumo, dal momento che vanno
a mimetizzarsi nel flusso degli altri prodotti.
La nuova schiavitù - scrive ancora Bales - si appropria
del valore economico degli individui esercitando su di loro un
controllo assoluto e coercitivo, pur senza assumerne la responsabilità
della loro sopravvivenza. Nella nuova schiavitù lo schiavo
è un articolo di consumo (usa-e-getta): in caso di necessità
può aggiungersi al processo di produzione, ma non è
più un bene ad alta intensità di capitale. Siamo
di fronte a un'imitazione dell'economia mondiale che si sottrae
al rapporto di proprietà e all'impegno gestionale fisso,
concentrandosi sul controllo e sull'uso delle risorse e dei processi.
In altre parole, ciò non differisce dal passaggio del possedimento
coloniale del XIX secolo all'attuale sfruttamento economico di
quegli stessi paesi sgravato del costo e dell'inconveniente di
mantenere le colonie. Il passaggio dalla proprietà al controllo
e all'appropriazione si applica a ogni forma moderna di schiavitù,
al di là dei confini nazionali o culturali, che lo schiavo
sia un coltivatore di cacao in Costa d'Avorio, fabbrichi mattoni
in India, tagli la canna da zucchero nella Repubblica Domenicana,
si prostituisca in Thailandia o lavori in una miniera di carbone
in Brasile.
La lunga "tratta"
Nella pratica economica
moderna anche la schiavitù diventa standardizzata o globalizzata:
forma moderna di quell'orrendo commercio inaugurato dai portoghesi
che per primi esplorarono le coste occidentali dell'Africa, ma
di cui ben presto si sporcarono le mani e l'anima anche olandesi,
inglesi e francesi fondando "stabilimenti" commerciali
lungo la Costa degli Schiavi, nel Golfo di Guinea. Nei lunghissimi
400 anni della tratta degli schiavi (dalla fine del XV secolo
al 1870) dieci milioni di schiavi africani, come bestie, furono
tradotti nelle Americhe. Si trattò di un infame prelevamento
coatto di persone inermi per trasformarle in forza lavoro priva
di personalità giuridica e civile detenuta in proprietà
privata per scopi produttivi e riproduttivi, cosicché un
individuo possedeva legalmente un altro. Dopo i portoghesi, furono
gli spagnoli a fare incetta di schiavi per sviluppare le loro
piantagioni nelle colonie d'America di monopolio regio, tanto
che il re cattolico lucrò aurei guadagni da quel commercio
di carne umana dato in appalto al fiammingo La Bresa. Successivamente,
facendone la parte del leone, gli inglesi subentrarono agli iberici
in questo turpe commercio. La schiavitù fu abolita nelle
colonie britanniche (1833), francesi e olandesi (1848), negli
Usa (1863, durante la guerra civile), a Cuba nel 1870 e infine
in Brasile nel 1888.
Sebbene la schiavitù sia formalmente illegale in tutto
il mondo (come recita la Convenzione 182 dell'Organizzazione mondiale
del Lavoro sottoscritta nel 1999 da 174 paesi), essa è
attualmente in aumento sostanzialmente per tre ragioni: l'esplosione
demografica che ha inondato il mercato del lavoro di persone povere
e vulnerabili; la globalizzazione e la modernizzazione dell'agricoltura
che hanno espropriato i contadini poveri spingendoli nelle fameliche
braccia degli schiavisti; la violenza e la corruzione portate
dal cambiamento economico in molti paesi in via di sviluppo che,
distruggendo regole sociali e tradizioni, hanno lasciato senza
protezione i potenziali schiavi.
Per troppi anni, abbiamo chiuso gli occhi di fronte a questa ignominia,
eppure noi occidentali nel fare shopping, per provare un'esperienza
esistenziale, sempre più spesso ci imbattiamo in oggetti
di consumo prodotti da mani (spesso piccole mani) di schiavi.
Uomini e merci
Qualche mese fa, Eric Foner
(Columbia University) ha cercato sul Web la parola "libertà",
scoprendo che mentre una volta questa parola era il grido dei
diseredati, adesso viene prevalentemente coniugata all'economia
di mercato.
Su gran parte dei siti internet della parola "libertà"
si sono impadroniti i conservatori. Negli Usa, questa appropriazione
della parola "libertà", da parte della destra,
Foner la attribuisce principalmente a Ronald Reagan, "che
l'ha usata più spesso di ogni altro presidente prima e
dopo di lui", definendo gli Stati uniti "un faro di
libertà".
In Italia Silvio Berlusconi è l'uomo politico che più
frequentemente usa il termine "libertà" economica.
Prima di questo viraggio conservatore, la parola "libertà"
entrava negli slogan gridati in tutto il mondo dai partecipanti
alle battaglie per i diritti civili dei bianchi, dei neri, dei
gialli.
Lasciare nelle mani dei conservatori la parola "libertà"
è un grave errore, in quanto dalla sua attuale declinazione
economicista non possono che sortire nuove ingiustizie. Non dimentichiamoci
che al grido di freedom now si agiva per conseguire uguaglianza
politica e sociale, sicurezza economica e partecipazione attiva
nel funzionamento delle istituzioni. "Libertà"
è un termine da rinvigorire anche per spezzare le catene
delle nuove schiavitù.