LOSSERVATORE

 Prospettive umane

 Del 1° settembre 2000 - Pubblicazione indipendente - tiratura in proprio

Questa seconda edizione de "LOSSERVATORE" assume un aspetto già diverso dal precedente: dopo l'introduzione, peraltro di rodaggio, della prima stampa, si approda ora ad una forma più consona e strutturata. In seguito alla sorpresa nel vedere un tale interesse verso questo giornale, e dopo avere ricevuto critiche, anche negative, lettere e osservazioni, incitamenti e inviti a non desistere, abbiamo deciso con molta contentezza di proseguire l'obiettivo. Per questo ora appariranno spazi ben predisposti per accogliere le lettere, gli articoletti e le poesie degli interessati. Ricordiamo che "Losservatore" non è un periodico, bensì una stampa che viene pubblicata senza scadenze, indipendente da schieramenti politici o quant'altro d'affine, che ha come obiettivo, creare un pretesto, un campo d'opinione e dibattito, uno spazio soprattutto ai giovani del territorio per la riscoperta di noi stessi nel nostro mondo senza per forza dover scendere a compromessi con le varie istituzioni o figure. Il desiderio più nutrito è quello di raggiungere una sorta di utenza "popolare giovanile", che voglia usare anche questo canale per comunicare. Un canale libero e indiscreto, corretto e dalla parte di chi lo nutre. Tutti potranno avere la possibilità di parlare con questo foglio senza spendere una lira, senza vincoli (se non quelli del buon senso editoriale, comunque libero), senza la soggezione che il nostro stile di vivere, mette nell'animo di chi vorrebbe parlare!
ECCOVI LE VISCERE!!
ECCO IL VOSTRO PANE!
REDAZIONE: Guido Bianchini - Marco Bolla RIFLESSIONI di G. Bianchini
Il sistema del profitto, della prestazione competitiva ad ogni costo, ci vuole estremamente attenti, pronti a scattare nel momento del richiamo, come cani addestrati al suono del fischietto. L'inganno della globalizzazione e del villaggio globale abbaglia le persone che si sentono di possedere il mondo con un computer, con un telefonino acceso e pronto a "relazionare" con solo chi altro possiede un simile apparecchio. Abbiamo la sensazione di poter manipolare gli eventi diventando subordinati delle macchine che noi stessi costruiamo. Una volta capito il tramare infimo che spesso ci devia e condiziona a livello inconscio, il desiderio di scrollarsi le spalle e lasciare cadere tutti questi avvoltoi, è molto grande. Per fare ciò, non serve che il raggiungimento di una consapevolezza e di una ragione che non è dispensata dal sistema, ma che si sviluppa e si fa coscienza del singolo individuo che compone il singolo branco, non una massa plasmabile, amorfa e passiva. Il bisogno attuale di conoscere le nostre radici e la nostra terra, non è un segno di chiusura verso il resto come molti si ostinano a sostenere, bensì è la riprova che le persone vogliono conoscere meglio sé stesse, sia attraverso la propria storia che socializzando in modo "paesano" e tradizionale, attraverso il contatto umano. Solo in questo modo si può auspicare un futuro di libertà nel quale la conoscenza del mondo parte da ogni singolo individuo costituente un gruppo, e dal mondo stesso. In altre parole conoscere la propria cultura, la propria storia e le proprie radici, significa concedersi la possibilità di una apertura verso il mondo dell'uomo che è sempre più variegato, multietnico e problematico.
QUELLO CHE ABBIAMO di M.Bolla
Ho letto ne "L'Arena" che, secondo un'indagine del Censis Servizi Spa del 1999, il 46,8 % dei veronesi possiede un telefono cellulare: questo è un numero molto alto se si tiene conto che la media nazionale è del 39 %. Praticamente lo usa un veronese su due! Dato che frequento l'università, per guadagnarmi qualcosa, lavoro come cameriere in un ristorante, e posso confermare questo incredibile dato: almeno la metà di quelli che vengono nell'ambiente, una volta arrivati, sfilano, alla pari d'un coltello, il loro irriducibile cellulare e lo appoggiano con caparbia leggerezza e gran stile sul tavolo, come se fosse una reliquia degna d'ogni sorta di venerazione, una fonte di sicurezza in un mondo dominato dall'incertezza e dalla perdizione. E, dopo un po', il telefonino suona, suona sempre. E tutti parlano, conversano, discutono, non c'è mai un attimo di tregua, nemmeno in bagno. Poi, ciò che mi dà fastidio, è che quando vado a prendere un'ordinazione o a chiedere al cliente se gradisce un caffè, c'è sempre qualcuno, nel tavolo, che telefona e devo attendere e passare più tardi, in quanto il signore deve prima terminare la sua importante telefonata. Perfino i bambini sono stati contagiati da questo sacro oggetto. Siccome abito vicino a una scuola media, li vedo quando, finite le lezioni, schiamazzano mentre escono. Ho notato che alcuni ce l'hanno già, e non riesco a capire con chi cavolo debbano parlare a quell'ora, ma soprattutto a quell'età. Poi, appena i ragazzini escono dal cortile, è già pronta una caterva di mamme, dotate di automobile, che aspettano di riportarli a casa. Quello che mi fa sorridere è che vanno a prendere i figli, con la macchina, anche mamme che abitano a tre, quattrocento metri dalla scuola! Forse le nuove generazioni non hanno più fiato per camminare, o abbiamo così tanto d'aver perso il senso del ridicolo? Intorno a me vedo una società che si circonda di un mucchio di cose inutili. Tanta gente lo fa non perché ne ha realmente bisogno, ma per far vedere agli altri quanto possiede. Sembra che il "vivere bene" non sia più essenziale per noi stessi, ma indispensabile davanti agli altri. Secondo me, la soddisfazione illimitata di tutti i nostri desideri non è la strada per raggiungere la felicità. Quest'ultima è soltanto un'illusione, pochi però vogliono esserne consapevoli e aprire gli occhi di fronte alla vera realtà. La gente finge e cerca nella soddisfazione continua ed ossessionante dei desideri il massimo del piacere. Vivere con questa finzione è molto pericoloso. Infatti, gli uomini spesso provocano ad altri uomini ingiustizie per soddisfare la propria bramosia, dovuta a valori sbagliati, o comunque troppo considerati, quali i soldi, il successo. Se, come affermava il Leopardi, tra noi creassimo una rete di solidarietà per alleviare la nostra misera condizione, sicuramente vivremmo meglio. Però, per farlo, bisogna avere il coraggio di rinunciare, almeno in parte, a tutti quei desideri che secondo la massa portano all'immaginario "vivere bene", mentre per me portano soltanto ad un vuoto interiore.
Per restare in tema voglio ora riportare la prima strofa di una, a mio giudizio, bellissima canzone di un noto rapper di Città di Castello (PE), Frankie hi-nrg, che esprime molto bene quello che noi siamo, anzi, che abbiamo.
QUELLI CHE BENPENSANO
Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo, il fine è solo l'utile, il mezzo ogni possibile, la posta in gioco è massima, l'imperativo è vincere - e non far partecipare nessun altro - nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro: niente scrupoli o rispetto verso i propri simili perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili. Sono tanti, arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti, sono replicanti, sono tutti identici, guardali: stanno dietro maschere e non li puoi distinguere. Come lucertole s'arrampicano, e se poi perdon la coda la ricomprano. Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno: spendono, spandono e sono quel che hanno…
RIT. Sono intorno a me ma non parlano con me… Sono come me ma si sentono meglio… (…)
Tratto dal cd "La morte dei miracoli" - 1997
LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO - Parte 3° strofa
(…) Nobil natura è quella/che a sollevar s'ardisce/gli occhi mortali incontra/al comun fato, e che con franca lingua,/nulla al ver detraendo,/confessa il mal che ci fu dato in sorte,/e il basso stato e frale;/quella che grande e forte/mostra se nel soffrir, né gli odii e l'ire/fraterne, ancor più gravi/d'ogni altro danno, accresce/alle miserie sue, l'uomo incolpando/del suo dolor, ma dà la colpa a quella/che veramente è rea, che de' mortali/madre è di parto e di voler matrigna./Costei chiama inimica; e incontro a questa/congiunta esser pensando,/siccome è il vero, ed ordinata in pria/l'umana compagnia,/tutti fra se confederati estima/gli uomini, e tutti abbraccia/ con vero amor, porgendo/valida e pronta ed aspettando aita/negli alterni perigli e nelle angosce/ della guerra comune. (…)
Tratto dai Canti, edizione postuma del 1845 di G. Leopardi
GAY PRIDE, LA SCONFITTA DEL CONSERVATORISMO di D. Dal Zovo
L'orgoglio di essere omosessuali… che frase destabilizzante, attacca i buoni valori cristiani! E' impensabile 500.000 froci liberi per Roma, dove sta finendo il mondo? Perché non si fa nulla? Lo stato dovrebbe togliere il diritto costituzionale di manifestare le proprie idee, o comunque impedirgli di avvicinarsi ai nostri simboli nazionali quali il Colosseo ed il Vaticano. Sono una vergogna e soprattutto dei malati, e come ogni malato dovrebbero essere chiusi dentro ad un ospedale e non liberi per le strade! E poi che oltraggio peccaminoso e blasfemo: proprio quest'anno, l'anno del Giubileo della fratellanza. Certo sono intollerabili queste cose i froci dovrebbero stare in carcere, almeno il SANTO PADRE poteva assegnare un giorno anche a loro e concedergli una messa. Sta di fatto però che le persone che la pensano così hanno irrimediabilmente perso. La Chiesa a fronte di questo scossone ha mostrato tutta la sua frammentarietà ed incoerenza di chi parla bene e razzola male. Abbiamo visto preti in prima linea con gli omosessuali a chiedere perdono per le colpe commesse in passato con le persecuzioni, ed altri preti offesi da questa rivolta. Purtroppo per i benpensanti l'orgoglio omosessuale ha vinto, hanno segnato il punto del non ritorno. Invano gli alti vertici del Vaticano hanno inveito contro quella parte della Chiesa che si è associata al demonio, giustificandosi con le loro gerarchie, con chi ha la legittimità a parlare e chi rimane invece solo un plebeo del Vaticano. Non era forse Gesù che sosteneva che siamo tutti fratelli? E non era forse lui che stava con le prostitute e per questo veniva giudicato come loro ossia peccatore? Gli omosessuali sono persone perfettamente normali con dei gusti sessuali diversi da quelli delle persone eterosessuali, sanno odiare, amare, gioire, soffrire, proprio come tutti, strano vero? Cominciate a guardarvi attorno signori, forse la vostra vicina è gay o magari il vostro panettiere di fiducia è omosessuale. Ho amici gay che sono imprenditori, marescialli dell'esercito, studenti, operai e che in pubblico si fingono eterosessuali mentre nella sofferenza della vita privata possono parlare liberamente con tre o quattro amici. Un altro mio amico di 38 anni a condurre questa vita ha ceduto, ed ora è da un anno che continua dentro e fuori da ospedali psichiatrici. Questa sofferenza l'avete provocata voi e la vostra intolleranza. Domani mattina quando uscirete di casa o quando sarete sul posto di lavoro, state molto attenti… anche la vostra collega Laura potrebbe essere lesbica e soffrire per questo.

JDUERF@hotmail.com

INDIRIZZI: GUIBIAN@hotmail.com
LOSSERVATORE via G. Pascoli
24, 37032 Monteforte VR

 21 3 99  di G. Bianchini
NEGLI OCCHI DEGLI OPERAI
(MENSA INDUSTRIALE)
di Denis Dal Zovo
DELLA PERSEVERANZA di Denis Dal Zovo
 DOMAN… di M. Bolla
 LA CADUTA di M. Bolla
 da "Storia di una vita normale" di G. Bianchini
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  21 3 99 di Guido Bianchini
Racconterei di ciò che sono
in versi dolci e caldi
con parole piene e gioiose

Vorrei dare rinnovato entusiasmo
rincuorare animi confusi
e porgere aiuto con fresco nettare
di un nuovo germoglio

Vorrei essere voce di miti e leggende
nel mio tempo
vorrei dare un sangue che aiuti

Forse tante cose sognerei d'essere
nel mio tempo

Ma non posso che nutrire
come un figlio in grembo materno un indescrivibile
[dolore
Quello che dal giorno
nasce cieco e solingo
e che piano spegne con la sera
ogni mio timido sussulto

NEGLI OCCHI DEGLI OPERAI di Denis Dal Zovo
(MENSA INDUSTRIALE)

Da un tavolo si muovono gli odori
dei pasti operai.
Mani amorose hanno forgiato
piccoli banchetti di sollievo
mentre il tuo tiepido ingoiare
prosegue furtivo.
Ogni sguardo cade dinanzi a sé
e non si sposta:
ricordi della spensierata giovinezza,
del sempre più oscuro e gelido futuro;
anche il parlare diviene inutile,
ed ogni sguardo si chiude
nell'astuta trappola dell'egoismo.
Non c'è stagione buona per quegli occhi
dove la fiamma della vita si è già spenta.
Sobbalza chi sonnecchia con le mani sulla testa
al suono irremovibile della sirena
che ammonisce al lavoro.
Le palpebre si abbassano e poi si riaprono:
no, non era un brutto sogno.

inizio


 DELLA PERSEVERANZA di Denis Dal Zovo

Scivolo pensoso
nell'alboreto della melanconica
pianura del Po.
Anni mi separano dalle civiltà,
la triste Natura trova qui
il suo pianto ignudo.
Mani operose e menti affinate
collaborano incalzanti
all'insuccesso di ciò che è puro.
Anche il sole,
nell'alto dei cieli risplende di vita
e sull'infimo orizzonte,
al saggiar della terra
perde la sua forza e muore.
Tra le lacrime scorgo però
un ultimo spavaldo uccello canterino,
ed intriso di speranza,
mi levo e persevero.

inizio


 

DOMAN… di Marco Bolla

Tiro el fià
vardando el sol
che va zo,
drio ai monti;
el ghe lassa
come capelo,
na maceta rossa,
ciara,
che parecia la sera,
la calma.

El cor se verze,
se buta la fiachessa
imagà dal color,
el pianto se suga,
l'aria la zuga,
la parla,
la scolto.

E 'l sol va zo,
sparisse drio ai monti,
afranto anca lu
da 'sta vita sota
che fadiga star su.
E riva la sera,
regna la pase,
tuto tase.

E penso a ti, sole,
te viaji, te vè, te vedi
… e mi, senpre qua,
sentà.
Quante robe te conossi:
el celeste mar
che no finisse mai,
i verdi boschi
che dà fresca libertà,
nova aria,
nova tera,
nova gente
… e mi, gnente.

Almanco ti, pase,
speta, resta,
ciacolemo in silensio,
po' dormemo,
vissini, ciapandose le man
co teneressa,
forsi doman
se svejarem 'n t'un sogno. 4/7/2000

inizio


RACCONTI

LA CADUTA di M. Bolla
Luca si svegliò da un sonno piuttosto frammentato e tormentato quel giorno d'autunno. Sudava. Aprì gli occhi ed osservò i pochi raggi di sole che entravano dalla finestra. Tutto era strano, anzi diverso. Gli altri giorni non erano così: era tutto più giusto, più ordinato, più sensato, più pieno.
Sbigottito accese la luce della lampada che si trovava sopra il comodino, il quale a sua volta era posto a fianco del suo letto, e guardò l'orologio.
Erano le nove!
Ebbe un sussulto tale che gli parve di svenire. Doveva già essere a scuola da un'ora. In un istante fu invaso dall'ansia e la sua testa fu così colma di pensieri atroci e caotici allo stesso tempo che non fu in grado di riordinarli ed esaminarli uno alla volta.
Si portò celermente una mano alla fronte ed osservò la stanza. Era più piccola, oscura, e gli oggetti gli sembravano piccole ed orride bestie informi pronte ad accusarlo del suo atto irriverente.
Scese dal letto e con uno scatto raggiunse la camera dei suoi genitori. Restò sconcertato e senza parole: non c'era nessuno. Erano già andati a lavorare e non lo avevano neppure svegliato. Non capiva il perché. Oggi avrebbe avuto il compito in classe d'italiano. Credeva di sognare, invece stava vivendo la realtà, la nuda e cruda realtà. Gli mancava il respiro, il cuore gli batteva troppo forte; aveva paura che da un momento all'altro potesse saltargli fuori dal petto.
Luca ritornò in camera sua e si vestì. Scese le scale per raggiungere la porta che conduceva all'esterno, provò ad aprirla, ma era chiusa a chiave. Frugò nelle tasche dei pantaloni, in una delle quali teneva sempre le chiavi di casa, ma non trovò nulla. Risalì le scale e raggiunse la cucina. Alzò le tapparelle e dai vetri diede una rapida occhiata al cielo grigio e poi, abbassando lo sguardo, osservò delle persone che correvano lungo la strada. Una donna, correndo, incurante strattonava con la mano un bambino che piangeva. Un'anziana signora inciampò e cadde per terra. Un giovane con la cartella sulle spalle le passò accanto, finse di non vederla e la scansò.
Rimase a bocca aperta!
Quel giovane poteva essere lui, o quella vecchia lui da vecchio. Luca fu raggelato da un odioso senso d'incapacità crescente: avrebbe voluto intervenire ma non poteva perché era rinchiuso in casa. Perché non era intervenuto ieri o l'altro ieri quando ne aveva la possibilità? Ora, l'unica cosa che poteva fare era osservare la vita che si svolgeva al di fuori della finestra. L'anziana signora era per terra che gridava aiuto, però tutti correvano e nessuno si accorgeva di lei, o almeno fingevano. Luca disperò. Questa situazione struggente lo rodeva pian piano dall'interno. Egli stava partecipando in modo veramente ignominioso all'insensibilità della gente, e si vergognava come un cane bastonato, si vergognava semplicemente d'esistere. Non era più un ingranaggio della macchina e dalla finestra, con disgusto, poteva vedere tutta l'assurdità del tempo in cui viveva nella sua tetra fulgidità di morte. Era un mondo artificiale, privo di senso, che faceva troppo star male. Quel mondo al quale prima era tanto indifferente, ora sembrava inghiottirlo. Non ce la faceva più ad osservare e basta, eppure non agiva. La sua impotenza lo schiacciava, l'opprimeva, si sentiva un relitto in balia del vuoto. Cosa l'aveva bloccato fino ad adesso? Dei dubbi laceranti e angoscianti s'accompagnavano al suo senso di colpa, e un brivido gli percosse da cima in fondo la lunga ed esile schiena. Povero Luca! Egli aveva tutto, non gli mancava niente. Stava frequentando l'ultimo anno delle scuole tecniche e fra qualche mese, salvo inconvenienti, avrebbe preso il diploma e poi sarebbe andato all'università, o magari a lavorare in banca, e poi…; ma poi se lo meritava il diploma? Se esso serviva a segnare il passaggio alla maturità, no, non lo meritava affatto, non se lo poteva permettere davvero, perché sarebbe stato ingiusto. Se Luca credeva d'avere tutto, ora aveva l'opportunità di constatare il grave sbaglio: egli non aveva niente d'essenziale, ma solo cose superflue, del tutto assenti della consistenza che dovrebbero avere raggiunto. Tanti suoi progetti erano purtroppo resi offuscati dal suo comportamento meschino privo di coraggio; del coraggio essenziale per rompere i vetri, sfondare la finestra, andare contro gli eventi, al fine di aiutare quella povera donna anziana distesa sul cemento, che invocava, con un lamento così insistente che faceva rabbrividire. Quel lamento sembrava il suo; quel lamento che per tanto tempo aveva celato ai suoi e a se stesso, e che si faceva sentire quando subiva un torto da qualche insegnante o da qualche compagno, sembrava proprio il suo. Oggi quel lamento aveva raggiunto l'apice della sua dannata maestosità e Luca lo contemplava sconfortato dalla sua finestra.
Quel giorno Luca capì che era un bullone della macchina che s'era staccato da essa cadendo per terra, nella consapevolezza dell'esistenza. Fu difficile, ma alla fine seppe accettare, seppur con dispiacere, questa terribile verità.

7/98

 

inizio


 di Guido Bianchini
…E' troppo tardi per tornare indietro… troppo tardi per restare. Eddy scende con me, non l'ho convinto io… certo che no, dice che l'ho affascinato e che ho capito quello che non vuole essere. E' bello essere in due. Non che abbia avuto altre esperienze è chiaro, ma sarà magnifico.
Ora preparerò le ultime cose, per l'ultima volta calpesto queste mattonelle, questi tappeti da mercatino. Cara Susan, so che non approveresti la mia decisione… lo so! Ormai non c'è più nulla per me, niente spazi nessun buon motivo per restare, niente di niente. E' giusto così. Questa è la mia stanza, la mia ultima. L'avevamo arredata assieme, ricordi? Quei pizzi sopra le poltrone, la credenza da bar, le tavole che hai voluto tu… quei soprammobili rubati dai ragazzi al FOX COMMERCIAL CENTER…
Non ce la faccio più Susan, non posso più restare. E' un grandissimo granchio con due chele enormi, davanti a me com'è mostruoso! Continua a pizzicarmi sempre più in dentro, sempre più carne. Mi sta aspettando per finirmi, è vicino. I suoi occhi sono traslucidi, avidi di me, ormai mi ha fatta sua. Sto sudando… continuo a sudare e l'odore pungente del sudore è quello della paura, Susan ho deciso di andare col granchio, ho deciso. Presto riuscirò a vedere quello che ho sempre immaginato. Oltre una cortina di fumo basso ti lascio intravedere piccoli spazi di vuoto. Voglio essere là! Ho finito qui Susan. Ho finito. Aspetteremo le sei del mattino quando dovrebbe svanire l'effetto dell'ultima pera e aspetteremo un po' per far crescere il desiderio della nuova. Sarà quasi il doppio di una normale… quasi il doppio. E' tutto pronto: ho scritto ai parenti, agli amici, al prete e ora a te… una parte di me. So di portare questa parte di te, che non c'entra, nel mio viaggio… mi dispiace. Susan ti voglio bene, oltre quel dolciastro fugace e tanto ingannevole desiderio, deve esistere un mondo magnifico. Sono sicura Susan…
Come una goccia di rugiada che scende da un petalo di rosa, e prima di baciare la terra è già dissolta… sto arrivando.
Tratto da "STORIA DI UNA VITA NORMALE"
Ultima lettera di Lizzy a Susan

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