LOSSERVATORE 

Prospettive umane dell' 8 dicembre 2000

 EDITORIALE:
Miei cari appassionati dalla visione dell'alba del nuovo millennio, quale sommo piacere nel ritrovarmi a scrivere questo terzo "LOSSERVATORE"!! In una fase in cui il nostro pianeta sembra trovare ogni giorno un buon motivo per smettere di vivere, scopro che esiste ancora un barlume di giovane saggezza tra coloro che scelgono l'inevitabile schierarsi tra le fila dell' opposizione, tra i sovversivi e gli antichi utopisti di grandi visioni sociali. Amo pensare che l'esistenza di queste persone sia per me fonte della voglia di fare qualcosa per qualcosa. Con profonda soddisfazione vedo che qualcuno legge queste due paginette e mi chiede anche notizie sulle prossime ancora da fare…grazie. Questa fanzine inizia a sorreggersi di linfa propria e raccoglie i primi interessi! Con le sue pochissime copie è riuscita ad entrare nel cuore di qualcuno che l' ha un po' fatta sua. Colgo l' occasione per spiegare alcune cose: questa pubblicazione è indipendente, a tiratura in proprio. Raccoglie articoli, racconti, poesie, opinioni, denunce o qualsiasi altra cosa possa passare dal vostro cervello e che voi vogliate rendere pubblica. LOSSERVATORE viene pubblicato "quando è ora", e lo si può trovare nello stesso modo attraverso il quale avete trovato questo; tuttavia si può mandare una e-mail per richiederlo a


LOSSERVATORE17@hotmail.com


Oppure scriveteal sito internet
stilelibero@stilelibero.org 


Tuttavia, se non avete la possibilità di collegarvi alla rete, potete scrivere al seguente indirizzo:
Marco Bolla, via G.Pascoli, 24 37032 Monteforte (Verona)
Spero gradiate le prossime pagine e vogliate collaborare liberamente alla fanzine! Siete i benvenuti.
Eccoci pronti ad entrare nel vivo,
buona lettura! Guido

 

CITAZIONI DEL GIORNO
XII. Parlando, non si prova piacere che sia vivo e durevole, se non quanto ci è permesso discorrere di noi medesimi, e delle cose nelle quali siamo occupati, o che ci appartengono in qualche modo. Ogni altro discorso in poca d'ora viene a noia; e questo, ch'è piacevole a noi, è tedio mortale a chi l'ascolta. Non si acquista titolo di amabile, se non a prezzo di patimenti: perché amabile, conversando, non è se non quegli che gratifica all'amor proprio degli altri, e che, in primo luogo, ascolta assai e tace assai, cosa per lo più noiosissima; poi lascia che gli altri parlino di se e delle cose proprie quanto hanno voglia; anzi li mette in ragionamenti di questa sorte, e parla egli stesso di cose tali; finché si trovano al partirsi, quelli contentissimi di se, ed egli annoiatissimo di loro. Perché, in somma, se la miglior compagnia è quella della quale noi partiamo più soddisfatti di noi stessi, segue ch'ella è appresso a poco quella che noi lasciamo più annoiata. La conclusione è, che nella conversazione, e in qualunque colloquio dove il fine non sia che intertenersi parlando, quasi inevitabilmente il piacere degli uni è noia degli altri, né si può sperare se non che annoiarsi o rincrescere, ed è gran fortuna partecipare di questo e di quello ugualmente
G. Leopardi, "pensieri memorabili"
Cfr Zibaldone 570

(…) Nell'abisso che ha inghiottito il passato non vi sono più fatti od idee, vi è il passato: i grandi
caratteri delle cose si sono distrutti come le cose, e le idee si sono modificate con esse - la verità è nell'istante - il passato e l'avvenire sono due tenebre che ci avviluppano da tutte le parti, e in mezzo alle quali noi trasciniamo, appoggiandoci al presente che ci accompagna e che viene con noi, come distaccato dal tempo, il viaggio doloroso della vita.(…)
da "Le leggende del castello nero", tratto dai "Racconti fantastici", edizione postuma del 1869 di Igino U. Tarchetti

LA POSTA VOSTRA LOSSERVATORE17@HOTMAIL.COM
1." Caro Losservatore ho letto il vostro giornalino e mi chiedo quale motivo vi possa spingere ad una simile cazzata!!"
e-mail ricevuta da Giulia di San Bonifacio
2." Ciao a tutti, vorrei usare il vostro spazio per dire una cosa: mi sono rotto il cazzo della gente che continua a criticare gli altri perché non partecipano alle vicende dei giovani della parrocchia! o sei un cesarotto e vai col prete, o un discotecaro impasticcato! Io non sono né l'uno né l'altro ma certe mie coetanee mi rompono ancora per farmi partecipare al gruppo della parrocchia quasi avessero da svolgere la loro missione di recupero di noi malavitosi…Beh, stanno ottenendo l'effetto contrario!"
e-mail ricevuta da Andrea di Monteforte
3."ecco come/lustrati del sommo padre/noi si entra/dalle porte della casa di Dio/adoranti al suo capezzale/pervi delle sue sofferenze/tremendamente soli"
e-mail ricevuta da Alberto di Monteforte
4."Volevo fare i complimenti per le vostre poesie dello scorso numero…non hanno niente da invidiare alle famose, ve l'assicuro"
e-mail ricevuta da Federica di Monteforte
5." Perché non vi interessate delle vicende politiche del vostro comune di appartenenza? Stanno avvenendo dei fatti assurdi e voi non dite niente alle persone?"
e-mail ricevuta da Paolo di Monteforte


ATTENZIONE: Se non espressamente indicato dal mittente, l'identità precisa di chi scrive, non è resa nota. Inoltre mi rivolgo a Paolo in particolare, per ricordare che LOSSERVATORE non si occupa di politica locale, né nazionale, ma di notizie che forniscono un argomento, uno spunto di riflessione o un dibattito.


LA COMUNICAZIONE di D. Dal Zovo
La comunicazione è senza dubbio, prima di un diletto, un bisogno primario dell'uomo. Questa necessità nel tempo ha raggiunto sfumature delle più imprevedibili, oltretutto nella nostra società ha assunto l'importante ruolo di guida o di interprete a volte positivamente e purtroppo a volte negativamente. Approfondendo tale questione si può notare come la pubblicità o i media in genere siano riusciti, siamo onesti, a dominare le nostre scelte. Fortunatamente però contrapposta a questo tipo di comunicazione di plagio ne esiste una alternativa che tende a risvegliare o gratificare l'animo umano, parlo del teatro, del cinema (quello non commerciale), della letteratura, della poesia e altre forme comunicative di espressioni che anch'esse si sono evolute in maniera eccezionale e per fortuna incontrollabile. Circa cinque anni fa, visto che scrivevo dal 1994, fui incitato da un prezioso amico a partecipare ad un concorso di poesia che si teneva a Ragusa, con mio immenso stupore e gioia lo vinsi. Attualmente collaboro con due case editrici italiane che si occupano anche di poesie: "LIBROITALIANO" e "PAGINE". E' proprio per questo motivo che ho deciso di scrivere per "LOSSERVATORE" e sto cercando di fare altrettanto con un giornale di Firenze,città in cui vivo ora. In questi anni sono stato sorpreso nel vedere quante persone scrivono e notare pure quanti giovani e adolescenti ritrovino nella scrittura un modo per esprimere se stessi e costruire se stessi. Mi rivolgo appunto a queste magnifiche persone nella speranza di poter offrire a loro, non un'opportunità ma almeno alcune utili informazioni affinché possano perseverare in questa illuminante nonché costruttiva strada. Purtroppo l'unica via d'accesso è il concorso, che spesso chiude le porte in faccia, ma ciò deve essere lo spunto per migliorarsi ed approfondire ricercando il pensiero puro nella propria anima, e se questo avviene è certo che qualcuno lo noterà.





CONCORSI DICEMBRE: Premio Lanciano (Inf.0872.7261); Premio Città di Porto Sant'Elpidio (Inf.0734.992198); Premio Luigi Rosso (Inf.0571.757729); Premio Mario Stefanile (Inf. 081.5784644).
Per eventuali informazioni potete rivolgervi direttamente a me: JDUERF@hotmail.it oppure contattare la redazione de "Losservatore".

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RIFLESSIONE di G. Bianchini
Che la TV si possa considerare lo specchio dell'immagine della salute di un popolo, penso sia ormai pensiero comune. Dando per veritiera tale affermazione, si potrebbero considerare le trasmissioni di giochi televisivi. Tale categoria penso rappresenti in assoluto lo scadere delle nostre genti! E' la deriva triste di consumistiche visioni e di valori che sono all'antitesi atavica della vita stessa. Cosa è questo elargire di milioni e milioni, questo sedurre intrappolare schiavizzare un sedicente concorrente facendogli sbavare una quantità folle di denaro in un contesto vergognoso!!? Non nascondo il mio sommo disgusto, un rifiuto organico verso questo sistema che ci offre come speranza e valore la possibilità magari di parteciparvi anche noi per assicurarci una parte di questo bottino. Se penso a quante situazioni di disperazione, se penso a tutte quelle creature di Dio che sono costrette a succhiare dall'arso per potere anche solo sperare nella prossima alba… come si può scempiare in questo assurdo "giocare"? Non è necessario che si facciano riferimenti per togliere dubbi su questa realtà!! Ma non conosciamo più la vera vergogna??


L'ESEMPIO OLANDESE di M. Bolla
Recentemente ho fatto un viaggio in Olanda, ed ho visitato alcune città tra le quali Utrecht, l'Aia, Apeldoorn ed ovviamente la capitale, Amsterdam. Una cosa che mi ha colpito molto è che nelle città olandesi non vi è tanto traffico e smog come in quelle italiane, e la vita scorre più tranquilla e serena. Innanzitutto per le strade circolano un sacco di biciclette e, badate bene, non vi è nemmeno uno scooter: da noi questa specie di vespa spaziale ce l'hanno tutti, basta avere quattordici anni per possederla, sennò uno resta un bambino se non ce l'ha! Praticamente in Italia, quando camminiamo per le strade, dobbiamo prestare attenzione alle miriadi di automobili e scooter che sfrecciano imperterriti senza pietà alcuna per i pedoni; in Olanda invece si deve stare attenti alle biciclette: sono come formiche, in ogni buco se ne trova una! Infatti in tutte le strade vi è una pista ciclabile e, in giro, ci sono parecchi parcheggi apposta per bici, cosa che da noi è quasi un miraggio. Poi in Olanda non ci sono le corriere, ma quasi esclusivamente tram elettrici che non inquinano. E pensare che fino ad una ventina d'anni fa ce n'erano anche nelle nostre città; poi li hanno tolti tutti sostituendoli con le corriere (ovviamente per fare una politica, sostenuta dal governo, a favore di un noto imprenditore piemontese); ora, ho letto nel giornale, a Verona e in altre città vogliono ripristinarli, però il problema è che ci vogliono i milioni per farlo! Allora avanti con ingorghi, smog e stress, con grande gioia della nostra salute! In Italia abbiamo quasi una macchina a persona, specialmente qui in Veneto dove i "skei" di certo non mancano. In Olanda, così almeno diceva la guida, solo il 40% della popolazione ha la patente, gli altri si arrangiano con bici e tram. A volte penso quanto sarebbero belle e più vivibili le nostre città se seguissimo l'esempio olandese. Peccato!


LETTERA IN MONTAGNA di S. Rodighiero.
Cercare sempre e in ogni momento di scoprire se stessi forse sapendo che mai si riuscirà in questo proposito. La montagna aiuta, hai ragione! Stelle brillanti che si stagliano su di un cielo nero e profondo; alti e maestosi monti che si ergono sopra di me facendomi sentire piccola e insignificante quanto grande e in armonia col tutto: solo nell'armonia che si ritrova nella natura infatti l'uomo scopre se stesso "Docile fibra dell'universo". Il silenzio così "amplificato" della montagna mi aiuta a riscoprire la bellezza del silenzio interiore. Solo qui mi convinco che posso farcela, che ogni esperienza negativa della vita è un insegnamento prezioso e che ogni scelta è importante e che esistere vuole dire scegliere e determinare la propria vita in base alle scelte. Il problema è quando ci ritroviamo ad accettare scelte fatte da altri e che vanno a fagocitare brevissimamente speranze, ambizioni e propositi. Tutto sembra cadere, persino la nostra parte più intima e personale, perché è proprio lì che risiedono le nostre più intense emozioni, le nostre paure. Non c'è più equilibrio ma soltanto una forte corrente che soffia solamente da un lato e per ristabilirci bisogna fare proprio quella scelta fatta da altri, convincersi che è giusta, che noi sicuramente avremmo fatto la stessa cosa. L'armonia naturale aiuta, aiuta tantissimo perché fa riflettere, pensare, guardarsi dentro. Adesso non posso dire che avrei fatto la scelta che hai fatto tu, o che sono felice.
Posso però affidarmi al fatto che ci sono moltissime strade, biforcazioni: infinite altre scelte che mi appartengono e che dovrò fare in prima persona. Mi affido a questo, alla mia facoltà di scegliere, al mio esistere, alla mia vita stessa che mi sta travolgendo con le sue innumerevoli possibilità. Tu hai scelto per me, hai portato via una parte della mia interiorità ma un giorno forse sarò io a dover scegliere per gli altri, o forse l'ho già fatto. "Homo sum: humani nihil a me alienum puto": l'uomo deve interagire con gli altri, non c'è nulla di umano che non lo riguardi e nessuna sua azione che non abbia conseguenza sugli altri uomini. Io ho subito la "consecutio" di una svolta fatta da te ma le montagne, i fiori, la terra secca e nuda e quella bagnata e fertile mi hanno insegnato questo: esiste sempre un modo per rialzarsi, per non lasciarsi cadere! Diverse sono le vie di sviluppo della natura, infinite le sue varietà, così come lo sono le possibilità e le scelte umane.

 

ANCORA RAZZISMO di D. dal Zovo
Sembra quasi un paradosso eppure alle soglie del terzo millennio, del villaggio globale, dell'era della ragione esistono ancora forme di razzismo. E' incredibile come accendendo la televisione o sfogliando un quotidiano ci si imbatta in scoperte futuriste che rendono sempre più piccolo il mondo, accostate a guerre di religione o civili tra razze. Esempi di ogni giorno sono l'Africa, i Balcani ed ora anche la Palestina. Purtroppo è ancora presente la paura della diversità, nelle sue innumerevoli forme, mentre le estreme destre avanzano trovando un terreno malleabile e pronto ad appellarsi a
qualsiasi ideologia, anche delle peggiori, pur di non mettersi a passo con i tempi. Probabilmente risvolti dell'ignoranza medievale sono ancora insiti nella nostra cultura occidentale. Ritengo che questa corsa all'innovazione tecnologica stia certamente modificando, o meglio, evolvendo anche la cultura umana tralasciando però alcuni aspetti fondamentali, quali la preparazione di ogni individuo alla sopraccitata evoluzione. E' comunque piuttosto improbabile che il business nella sua frenetica smania di denaro voglia il bene di tutti, pertanto ritengo necessario un intervento culturale che parta dalla scuola insegnando a rispettare ed apprezzare le peculiarità di ogni persona. Non a caso la Palestina ne è l'esempio palese dove si vedono morire ragazzini di 14,16 anni ai quali è stato loro insegnato che gli israeliani sono i cattivi e viceversa.
Letture consigliate sull'argomento: Luis Sepulveda, Storia di una gabbanella e del gatto che le insegnò a volare, SALANI EDITORE / Pietro Riveda, La pace cambia, EDITRICE LA SCUOLA / Luce Irigaray, Essere due, BOLLATI BORINGHIERI / Giuseppe Mantovani, L'elefante invisibile, GIUNTI / Maria
Montessori, Educazione e pace, GARZANTI.


LA STRADA di S. Rodighiero
Metafora della vita… curve, biforcazioni, incroci e poi sempre strada, niente fine, niente meta. Strada e basta. Guardiamo innanzi sperando di aver intrapreso quella giusta, ci voltiamo indietro osservando amaramente le altre strade che abbiamo escluso dal nostro viaggio. Andiamo avanti nella speranza che tutte le strade poi si riuniscano, convincendoci così di non aver perso nulla che non potremmo recuperare o rimediare in un prossimo futuro. Incontriamo persone per strada: alcune di esse ci coinvolgono così tanto nel loro viaggio che talune volte ci sentiamo di dover lasciare il nostro per loro, perché in realtà l'uomo non vive da solo e nel momento in cui sente dentro l'emozione di essere in un qualsivoglia modo amato e compreso sorvola sul suo individuale destino pensando a sé come ad un binomio, ad una metà necessariamente legata ad un'altra. Purtroppo questo ci limita e nel peggiore dei casi ci accorgiamo che sminuire così tanto il nostro EGO non è servito poi a molto. Ma allora è meglio seguire il proprio ITER o compromettersi con coloro che incontriamo, forse mettendo da parte le nostre ambizioni per qualcosa che ci sembra più appagante? Appagante, intenso ma… duraturo? Assolutamente no, ma noi siamo così, dobbiamo tentare, la vita è un eterno conativo, un mettersi in gioco… Se non viviamo così ecco che quelle strade oltre le nostre spalle, quelle biforcazioni diventano rimpianto, rimorso e amaro dolore.

SULLA STRADA DEL CINISMO di S. Brandiele
Sono una ventenne che si sta affacciando alla vita istituzionale. Pur essendo giovane ho alle spalle molti progetti che hanno ottenuto buoni risultati e altri che stanno proseguendo tuttora. Mi sento soddisfatta di ciò che ho svolto in passato e ho moltissime proposte per il futuro. Forte di questi successi ho deciso di allargare i miei orizzonti e di rivolgere le mie energie al miglioramento della qualità della vita del mio paese. Ho trovato subito le occasioni, sia a livello parrocchiale che municipale; sono stata affiancata da compagni stimolanti con i quali ho condiviso valori e ideali e, anche se le proposte sono state spesso divergenti, siamo riusciti a trovare soluzioni comuni. Giunti al momento di concretizzare i progetti sono entrati in gioco i rappresentanti dell'Istituzione. A quel punto mi sono sentita circondata da persone con un atteggiamento ottuso, completamente incapaci di ascoltare: da mesi tento di lavorare con (non contro!!) l'amministrazione comunale e non mi è mai stata concessa l'opportunità di esporre il mio parere; in parrocchia trovo persone intente a travasare la "loro scienza" nelle teste altrui. Mi chiedo dove siano finiti il confronto, la discussione, il gusto del conflitto! Mi domando se anch'io a quarant'anni sarò incapace di comunicare, di apprezzare le nuove idee e di considerare la diversità come espediente di arricchimento e di crescita. Mi sento strumentalizzata dai "centri di potere", che mi offrono possibilità di espressione solo sotto il loro controllo, che mi vorrebbero passiva e mi trattano da burattino. Questa situazione mi sta soffocando, perdo entusiasmo di giorno in giorno, credo sempre meno nelle istituzioni... dove mi porteranno queste riflessioni? Perché tutti questi "vecchi" tentano disperatamente di creare il vuoto attorno a noi giovani? Forse invidiano il nostro entusiasmo, le nostre aspettative per il futuro, il nostro ottimismo, i nostri valori, la nostra capacità di creare relazioni. Forse ci desiderano conformi al luogo comune che ci descrive come dei vuoti egoisti, incapaci di dare senso alla vita. Questo articolo non vuole essere uno sfogo o una denuncia, ma una provocazione. Desidererei avere delle risposte in modo particolare da chi dissente dalla mia opinione, magari dalle persone che ho preso in causa direttamente.
brandiele@mbservice.it

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 RACCONTI
1. --- Il villaggio era in subbuglio. Ormai il tramonto stava portando la notte nuova e l'oscuro, come una colata di miele, stava avviluppando le case e i campi. Nell'aria ridondava il suono delle campane e si odorava ancora, in alcune borgate, il pungente profumo dei mosti in fermento. Le donne svelte richiamavano i propri figli e gli uomini ritornavano lenti dalle stradine dei campi: chi ricurvo sotto il peso di grosse fascine di legna, chi trainando malconci carrettini o, chi più fortunato, si limitava a tenere le briglie del fedele cavallo. I focolari iniziarono ad accendersi come piccole spie, dentro le case che si scaldavano dall'abbraccio delle genti ritrovate più che dal potere del fuoco. E in quelle serate di filò, i vecchi raccontavano le loro storie, favole inventate o episodi di una vita passata. Ma fu proprio in quella notte che il vecchio di Gualben, raccontò una favola che nessuno potè più dimenticare: il mistero del "Moraro". I fanciulli spaventati cercarono protezione dalle madri, e gli uomini increduli delle parole del vecchio, rimasero ammutoliti di sconforto. Il Moraro era una pianta enorme, piantata a fare confine in principio di un fosso. Da questa, il vecchio raccontò di aver visto uscire un terribile orco alto almeno un metro e tutto ricurvo, vestito di stracci d'uomo e con una scura carne che in viso si infissiva in nauseanti rughe sanguinanti. L'orco accortosi del vecchio, non si mostrò intimorito, e con occhio spregevole lo fissò a lungo. Il vecchio che portava con sé un falcetto, se lo mise in pugno e lo alzò a mezz'aria. L'orco mostrò un braccio la cui mano era orribilmente incarnata a quattro artigli lunghi come zanne. Il vecchio si lasciò cadere il falcetto e cercò forza in corpo per voltarsi e correre; una fitta nebbia sembrò piombare dal fosso e nulla più si potè vedere. La pelle del vecchio e i suoi vestiti furono presto fradici della fitta nebbia. Correndo senza curarsi della direzione il vecchio si trovò nel suo campo quando le campane batterono mezzodì. Il cuor suo batteva fortissimo in petto e si sentì soffocare in gola da un nodo strettissimo. Presto cadde a terra e perse i sensi. Raccontò di un tremendo sogno ove l'orco si impossessava della sua anima e la vendeva ad Demonio in persona per una brocca di vino. Poi il vecchio si ritrovò ridestato e le campane batterono il mezzodì del giorno dopo. Guido Bianchini
2. --- Svegliarsi di sera…fa sorridere ed inquieta allo stesso tempo!
Chiudere gli occhi con la luce e riaprirli con il buio, uno dei capovolgimenti più strani e più sconvolgenti contenuto sotto vuoto nella sua semplicità. Un cambiamento repentino di ritmo come se la grancassa che scandisce il tempo della tua vita saltasse da un genere all'altro senza riguardo. Svegliarsi di sera… ti può far riflettere, ti può far pensare, forse a te, ma a Ronzino no! A lui non interessa. Per lui chiudere gli occhi e poi riaprirli può significare solo alzare il culo e cominciare a rompersi i coglioni! Il risveglio per lui non è un momento di rinascita interiore tra i guanciali morbidi che ti accarezzano le gote, né la dolce consapevolezza di abbracciare un nuovo giorno invernale, no! Ronzino non si abbandona a queste cazzate. Si sveglia cattivo, feroce, poi una fievole scoreggia lo rilassa, dona al viso un'espressione sognante, in testa gli ronza "Red, feel wine" degli UB40, si calma, non è più cattivo come prima. Leggero si alza e osserva dalla finestra il giorno già dissolto in nero. Non gli dispiace non aver visto la luce del pomeriggio, per lui sarebbe stata comunque grigia, di un grigio monotono e invernale che fa impazzire ; oppure il bianco schizofrenico inquinato dal nero. Non ha voglia di pensare, gli basta galleggiare su quel leggero pallido che lo trascina da un posto all'altro del suo universo contenuto da pareti bianche. Nel suo vagare vuoto, adocchia un tozzo di pane farcito e pensa di accostarlo ad un bicchiere di red wine, che però, lo renderebbe momentaneamente triste. Opta infine per un democratico bicchiere di acqua che rappacifichi le sue confuse dispute mentali. Che uomo Ronzino! Si sente come un soldato che sta dalla parte sbagliata, consapevole di occuparla veramente.[…]E' un Ronzino ma si sa anche imbizzarrire e nei suoi occhi puoi vedere quell'elettrica pazzia scattante di uno stallone maestoso e oscuro.[…] Enrico Gastaldo(Uico)
3.--- Trascinati dall'etereo sussulto di una sensazione di desiderio, lasciammo il giaciglio d'un freddo altare d'arbusti secchi, e scendemmo verso le rocce della Venere. Nascosti dall'intrecciarsi orchestrale di edere e foglioline di salice piangente, ci sedemmo alla terra, dove il muschio era più alto e soffice e dove fiori selvaggi, bagnavano del loro odore, quell'aria sopraffina e dolcissima. All'ombra della dimora di Khonus, dio e condottiero degli eroi, ci sdraiammo con il corpo metà in ombra e con metà offerto ai raggi di un timido sole che chiudeva l'ultima decade della terza fase. Lo spirito mi guardò, io sdraiata a lui, e mi si sdraiò sul ventre. Sentii il suo fluido di carisma divino, entrarmi dentro come un alveo di fuoco. Sollevatami dal grembo, mi liberò dentro una forza che sentii stringermi e ramificarsi in me come radici d'abete. Presto ritornai alla terra e con gli occhi di luce fantastica mi addormentai. Quando il tramontare del sole lasciò il bosco alla nebbia fredda di una nuova notte, mi svegliai con le carni raggelanti e una sensazione di presagio. Mi incamminai verso il giaciglio che mi aveva accolta ormai da qualche notte e mi coprii con le grosse piume d'ali d'angelo. Restai nel torpore di una culla da sogno, abbandonata ad un ricordo di tempi lontani e d'infanzia graziosa.
Mi addormentai . Guido Bianchini
4. --- LE DUE IMPERATRICI
Quel giorno, in classe, Andrea e gli altri suoi compagni stavano aspettando l'ultima professoressa della giornata che avrebbe dovuto spiegare un nuovo argomento d'economia. Andrea era stanco. Con una formula magica avrebbe voluto far passare il tempo velocemente ed andare così a casa per mangiare.La professoressa entrò in classe.
<<Buongiorno!>> recitarono in coro gli alunni alzandosi in piedi.
<<Buongiorno.>> disse con voce flebile l'insegnante.
Andrea era già assorto nei suoi pensieri. Gli sembrava d'essere in una gabbia; la scuola gli pareva una grande gabbia all'interno della quale si svolgeva una vita morta. Le finestre della sua classe erano alte sopra di sè, impossibili da toccare; erano
come due imperatrici che decidevano se e quanta luce far penetrare all'interno. Erano terribili quelle finestre, anzi, incontrastabili. Andrea le odiava, non le sopportava. Che diritto avevano di occultargli la realtà esteriore o di modificarla a loro piacimento? No, troppo ci aveva pensato: non ne avevano il diritto.
D'un tratto s'accorse che tutto il suo passato fluiva nell'opaco raggio di luce tenue che le due imperatrici oggi, forse per uno strano sbaglio, avevano permesso d'entrare nella sua integrità. E Andrea lì vedeva se stesso e s'immaginava bambino, ma la felicità di quel periodo veniva celata da quel fluire e gli pareva di soffocare per mancanza di vita. Il raggio fu come un lampo che gli permise di capire maggiormente ciò che da tempo già avvertiva.
<<Deterioramento delle ragioni di scambio internazionali: questa è la prima causa economica di sottosviluppo dei paesi del sud del mondo.>> affermò la professoressa con voce così sicura che colpì e svegliò Andrea dal suo stato contemplativo.
<<Perché diminuisce?>> riprese l'insegnante.
Nessuno rispose.
<<Per cause naturali, perché i nostri prodotti sono governati da regimi monopolistici, per il protezionismo che il Nord attua nei confronti del Sud, e per la bassa forza contrattuale dei paesi del sud stessi. Altre cause di sottosviluppo sono la bassa produttività, l'insufficienza di infrastrutture pubbliche, un basso livello di istruzione tecnica, e un'elevata crescita demografica.>>
Andrea non poteva sopportare che tutti i problemi si riducessero sempre a delle semplici considerazioni economiche; il cuore, il cuore degli uomini, dov'era? Forse nelle ragioni di scambio internazionali?
"Sì, purtroppo!" pensava tra sè Andrea. Il cuore degli uomini si conservava nel freddo, all'interno delle due grandi imperatrici, in questo regno di follia passata per normale. E tutto ciò che lo circondava pareva essere un suddito fedele di questo regno. Davanti a sè le due lavagne erano come due grandi occhi neri e profondi che lo osservavano costantemente e non lo lasciavano mai in pace. Non aveva dubbi: erano quelli delle due imperatrici. Ogni sua mossa sembrava esser controllata e valutata, e la sua paura più grande era che i due occhi potessero scorgere anche i suoi inconsueti e più nascosti pensieri. Andrea odiava gli altri; invidiava la fedeltà della cattedra, delle sedie, dei banchi, dell'armadio, delle lunghe lampade spente sopra il soffitto. Ora invece provava verso le cose invidia mista a compassione. Sì, provava compassione verso loro perché stavano bene così stando immobili ed impassibili, ma le invidiava perché Andrea non poteva assaporare la dolcezza dell'apparente benessere e dell'accettazione rassegnata. La sua diversità lo intimoriva, a volte gli incuteva vero e proprio terrore. Aveva paura d'essere punito per questo suo comportamento e, poiché nessuno lo faceva, certe volte avrebbe voluto auto-punirsi per questa sua infedeltà.
L'aria pesante della classe lo faceva cadere in un orrendo delirio taciturno che lo rendeva nervoso e assolutamente disattento alla lezione.
<<Che ore sono?>> gli chiese il suo compagno di banco, svegliandolo dal suo stato delirante di pensieri.
<<Le tredici e un quarto, mancano cinque minuti al termine della lezione.>> rispose Andrea con voce annoiata, ma incredibilmente cosciente della vita. Marco Bolla - 7/98
5. ---MONDO CANE (MY WAY) "tanto fa l'uomo che alla fine sparisce"
(R.Queneau)
Attenzione, questa storia è l'introduzione alla vita vera del mio benamato quartiere, ma potrebbe essere la raccolta di ricordi di chiunque; come diceva De Andrè "dietro ogni matto c'è un villaggio", ed io rispondo, con deferenza, che nel mio quartiere ci sono un sacco di matti. Certo non è facile arrivarci, qui nel mio rione, non è semplice esplicare nemmeno a voce dove si trova, ma questo non ha molta importanza, perché in questo piccolo mondo abitiamo solo noi indigeni e nulla esorta ad accedervi. L'unico straniero cui è permessa senza sguardi indagatori l'entrata, è il colombo della signora Lucien. Io abito al terzo piano di un condominio che s'innalza in due piani, oltre a me, naturalmente, dimoravano altre quattro famiglie. Partendo dal basso, a sinistra, la signora "finestra con le orecchie", che nessuno ha mai avuto l'onore o forse l'onere di vedere se non in penombra, dietro le persiane. Credo non sia mai uscita nemmeno per comprarsi del cibo o per gettare i rifiuti nel cassonetto, potete immaginare quanto si siano sprecate leggende metropolitane e storie mitiche sulla sua esistenza; ma mai una lettera, una cartolina a scansare la polvere nella sua cassetta della posta. Una volta, il nipotino della signora Lucien disse d'averla vista uscire per un momento. Fu linciato in pubblica via, reo di falsità, la signora era un'estremista cattolica. Abiurò. Potevamo solo pensare che il compito della signora "finestra" in questa nostra fugace vita, era quello di controllare il passaggio di persone e cose davanti alla sua finestra. Tra le persiane perennemente chiuse questa dama del buio annotava forse nel suo libro nero le persone da maledire a suon di malocchi, ma anche questo appartiene alla leggenda. Stretti vicini di questa sinistra e tenebrosa figura, era la famiglia francese Malivaux. La già citata madame Lucien e il marito maurice, che la moglie chiamava dolcemente con accento francese :"mou mou". Era una donna piccola e magrissima ma con una foresta di ricci da bigodino sopra la testa; dava l'idea di un albero in autunno con i capelli castani; sempre abbronzatissima. Ora, devo rendervi dotti sulla vera identità della signora, a scanso d equivoci. E' uno scoop e siamo solo noi a saperlo: in realtà madame Lucien et l'inutile mari, monsier maurice, sono signora Luciana e l'inutile marito maurizio Malivasi. Una vera e propria "gallomania"; si dice sia una malattia che colpisce alcune donne tristi e depresse con il sopraggiungere della vecchiaia, questo cambiamento repentino dello stile di vita. Serve a rendere meno angosciante una realtà altrimenti inzuppata nell'immenso calderone di tristezze banalità e affanni che è la vita nostra. Amen. E poi, diciamocelo, un accento francese rende più sensuali e più giovani anche delle vecchie racchie, come la sign.. ehm, madame Lucien. Il problema sorge quando il gioco supera il confine a volte invalicabile della realtà, da un pezzo scavalcato da madame, che viveva da vera francese. Bandiera stesa il giorno dell'anniversario della presa della Bastiglia, urla e canti ad ogni gol della Francia ai mondiali di calcio, sempre in pantofole rosa. Faceva assistere ogni sera al marito, un tristissimo e angosciante spettacolo dal vivo copiato schifosamente dalle ballerine del "moulin rouge", lei come gaglioffa protagonista; Il mercoledì sera lo spettacolo diveniva, per la gioia di tutti (oeh!), pubblico e gratis. Fuori della porta d'entrata della maison si poteva leggere in caratteri cubitali su cartellone: ["RUE PIGALLE. QUESTA SERA, ALLE ORE NOVE LA BALLERINA PIU' SESSI DEL MONDO VI PROPORRA' UN PICCOLO MA DOLCE SPETTACOLINO, MA SE VOI LO DESIDERATE CI SARANNO ALTRE MILLE SERATE, ACCORRETE VU, ACCORRETE VU!"]. Aveva delle capacità linguistiche sovrumane, la si poteva
sentir urlare spesso con perfetta pronuncia francofona: "Chapa chi, toi li, curi chi, magna piasè". Fece girare voce nel quartiere che un suo bisnonno aveva combattuto nella Comune di Parigi, venimmo a sapere che il suo defunto parente aveva solo lavorato in comune, a Velo. Cosa non fa la gente per darsi importanza!. E il marito?, chiederete voi. Beh, maurizio, era un uomo assolutamente di nessun conto, ma dobbiamo darne atto, era tranquillo e comunque martire. Nei momenti di massima gioia, poteva addirittura abbozzare un sorriso. Piccolo, tozzo e barbuto, con due mani grandissime e degli occhioni neri neri sempre pronti a seguire la moglie. La bocca protesa sempre verso il si, le orecchie capaci di distinguere un ordine della moglie anche a due Km di distanza. Era succube del suo potere; ogni desiderio diveniva un ordine per lui, e doveva eseguirlo a qualunque costo. Ma l'amava, di un affetto sincero e infinito, anche quando alle sei del mattino era costretto a suonare col trombone la Marsigliese, nudo in mezzo alla strada. Divise da una ventina di scalini a salire, le altre due famiglie. Una, sempre variabile, a seconda delle serate, l'altra, la classica famiglia. Cominciamo da Rabelais, il libertario. In verità, e qui devo ripetermi, il suo vero nome era Marietto Paolin, nato e cresciuto sessant'anni fa nella bassa veronese, tra la nebbia e i campi, tra il lavoro duro e le sventolanti bandiere della Padania. A quarant'anni suonati decise di dedicare il resto della sua vita all'ideale anarchico. Cominciò con il seguire i congressini universitari, a cui partecipavano pochi e fedeli adepti. Ma in breve tempo sbancò librerie e giornalai fino a raggiungere un altissimo livello di sapienza della dottrina. Ora disquisisce tranquillamente di Proudhon, Malatesta, Bakunin e Max Stirner. Sventolava perennemente bandiera rosso e nera nel suo piccolo balcone, e per protesta nei confronti della "famille", alle sei del mattino suonava "La ballata del Pinelli" e" addio a Lugano", con un ' Ibanez nuova fiammante, amplificata a sagra paesana; questo gli faceva respirare aria di vendetta. Quando, all'epoca delle elezioni passavano i politici per pubblicizzare il loro partito, Rabelais, furente, dal suo poggioletto, scaricava raffiche di mele marce urlando: "Alla caricaaa, Anarchia o morte!!!", e al suo piccolo cane, Zapata, aveva insegnato a scaricare il digerito sugli arresi al capitalismo. I politici se la davano a gambe, inseguiti da Lucien, ai quali chiedeva l'autografo di Chirac e Le Pen. Era un signore anziano dagli occhi vai, questo straniero figlio di nessuno, segnato dal lavoro e dal vino. Né Piccolo né grande, né magro ne grasso, né bello né brutto, e quando dalle sue labbra non pendeva un Cubano( né spento né acceso), a tenere occupata la sua finissima bocca, c'era una bottiglia di rosso, SEMPRE PIENA. A volte era carico già di primo mattino, e quando, funambolico scendeva le scale faceva il classico rumore di un secchio pieno d'acqua in movimento. Spesso lasciava addirittura la scia. Cazzo!era una spugna. Ma era buono, dolce e affettuoso quasi con tutti. Il mattino prestava servizio in una comunità di schizofrenici, che spesso imitava la sera, per farsi compagnia, scatenando l'ira funesta dei Perbeni:" quanti cazzo siete? Bastaaaa !!". Il pomeriggio impartiva lezioni di italiano agli extra comunitari, con predilezione per i "sans papier", direbbe la signora Malivaux, o"…." come direbbe penombra, o" come ha detto mia moglie" come direbbe Maurice ("M", giustizia è fatta). Insegnava ai piccini del quartiere a camminare, alle bambine a danzare, ai cani, lo sapete, e agli adolescenti a fumare le prime canne, ma era rispettatissimo, perché chi ama a volte è ricambiato. Alla sera, con la sua sciarpetta rossa intorno al collo beveva ripensando alla giornata, la notte, ribeveva, non capendo più un cazzo della giornata, accarezzando il piccolo Zapata, e guardando rapito dall'estasi la foto dell'unico amore della sua vita, Silvia occhi blu, che lo aveva abbandonato per esaudire la vocazione di giramondo. Ma Rabelais non sapeva che la dolce Silvia, a pochi gradini di distanza, nel buio della sua casa, stava in lacrime di disperazione, guardando fissa e inerte il soffitto nella lusinga di trovare il coraggio, l'appresso dì, di manifestare e delucidargli il suo immutato immenso amore. Rabelais distrutto dal vino a causa dell'amore perduto; Silvia disintegrata da un muro a causa dell'amore lasciato e dalla peritanza. Come poteva tornare da lui dopo quello che gli aveva fatto?. Ma torniamo alla destra del Paolin, "che schifo!" direbbe lui. E' qui ubicata, nel comodo appartamento condominiale, di via dei signori, nell'estrema perfezione e all'avanguardia della tecnologia, almeno per quanto riguardi gli allarmi, immersa nella pulizia e nel quieto vivere che procura il silenzio umano, e non quello televisivo, tanto dolce e amorevole; il vanto del Nord-est, La classica famiglia del produci- consuma- crepa, la famiglia Perbeni, con sussiego.
[geremiade 77] TO BE CONTINUED....?

 

REDAZIONE: Marco Bolla, Guido Bianchini
COLLABORATORI DEL NUMERO: Denis Dal Zovo, Sabrina Rodighiero, Serena Brandirle,
Enrico Gastaldo, geremiade 77, Lorenzo Bianchini,
Carolina Pelosato

 

 

 


CONVALESCENZA
Una sera di queste, ero in piacevole compagnia di qualche amico, in una osteria cult ad intavolare la seguente teoria: la convalescenza. Capita di sentirsi miseramente al margine di ciò che la maggioranza conia come gli standard di normalità e felicità e di sentirsi inutili alla società, e costretti ad assecondare i propri bisogni primari per compiacere agli altri… La convalescenza è la nostra stadiazione, quella di chi ha la sensazione di essere in via di guarigione come da un incubo che è la vita.

GUARITI TERMINALI di L. Bianchini (Capo)
Questa vita convalescente ci sta trascinando nel baratro dell'inquietudine.
E noi, malati terminali, alcolici,
morti da tempo, incapaci di vivere,
aspettiamo inerti lo scoccare della nostra ora…
e la strada continua inesorabile, spesso inventata da noi
eterni viaggiatori, sognatori svegli,
fattanze incerte, fredde…
e continua pure questo tempo,
spaventevole successione di eventi, di momenti,
spento,
convivenza di passato e presente,
di ignoto futuro…
Ma mentre aspettiamo la nostra guarigione la memoria ci abbandona,
Chi Siamo??!
La risposta, evidentemente, non esiste,
o comunque è talmente distante che il cercare di raggiungerla non farebbe altro che accentuare la nostra vana, dolce impotenza……….


ILLUSIONI di Marco Bolla

Ardito e stanco dell'immutabile,
respiro quest'aria della palude;
solo, cado nell'indistricabile
meccanismo malsano, grave e rude.

Volano liberi augelli in cielo,
il sole brilla nell'oscura rete
agli occhi celata dal dolce velo:
fallace agir d'uomini senza mete! 16/3/1998
MEMORIE di Carolina Pelosato

Mi ritrovo sognante
in un angolo di pensiero,
sogni già vissuti
e forse fuori moda.
Mi rivedo come ieri
una piuma al tramonto
ricerco la purezza del mio volo
infranto nel ricordo. 24/5/2000