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EDITORIALE:
Miei cari appassionati dalla visione dell'alba del nuovo millennio,
quale sommo piacere nel ritrovarmi a scrivere questo terzo "LOSSERVATORE"!!
In una fase in cui il nostro pianeta sembra trovare ogni giorno
un buon motivo per smettere di vivere, scopro che esiste ancora
un barlume di giovane saggezza tra coloro che scelgono l'inevitabile
schierarsi tra le fila dell' opposizione, tra i sovversivi e
gli antichi utopisti di grandi visioni sociali. Amo pensare che
l'esistenza di queste persone sia per me fonte della voglia di
fare qualcosa per qualcosa. Con profonda soddisfazione vedo che
qualcuno legge queste due paginette e mi chiede anche notizie
sulle prossime ancora da fare
grazie. Questa fanzine inizia
a sorreggersi di linfa propria e raccoglie i primi interessi!
Con le sue pochissime copie è riuscita ad entrare nel
cuore di qualcuno che l' ha un po' fatta sua. Colgo l' occasione
per spiegare alcune cose: questa pubblicazione è indipendente,
a tiratura in proprio. Raccoglie articoli, racconti, poesie,
opinioni, denunce o qualsiasi altra cosa possa passare dal vostro
cervello e che voi vogliate rendere pubblica. LOSSERVATORE viene
pubblicato "quando è ora", e lo si può
trovare nello stesso modo attraverso il quale avete trovato questo;
tuttavia si può mandare una e-mail per richiederlo a
LOSSERVATORE17@hotmail.com
Oppure scriveteal sito internet
stilelibero@stilelibero.org
Tuttavia, se non avete la possibilità
di collegarvi alla rete, potete scrivere al seguente indirizzo:
Marco Bolla, via G.Pascoli, 24 37032 Monteforte (Verona)
Spero gradiate le prossime pagine e vogliate collaborare liberamente
alla fanzine! Siete i benvenuti.
Eccoci pronti ad entrare nel vivo,
buona lettura! Guido
CITAZIONI DEL GIORNO
XII. Parlando, non si prova piacere che sia vivo e durevole,
se non quanto ci è permesso discorrere di noi medesimi,
e delle cose nelle quali siamo occupati, o che ci appartengono
in qualche modo. Ogni altro discorso in poca d'ora viene a noia;
e questo, ch'è piacevole a noi, è tedio mortale
a chi l'ascolta. Non si acquista titolo di amabile, se non a
prezzo di patimenti: perché amabile, conversando, non
è se non quegli che gratifica all'amor proprio degli altri,
e che, in primo luogo, ascolta assai e tace assai, cosa per lo
più noiosissima; poi lascia che gli altri parlino di se
e delle cose proprie quanto hanno voglia; anzi li mette in ragionamenti
di questa sorte, e parla egli stesso di cose tali; finché
si trovano al partirsi, quelli contentissimi di se, ed egli annoiatissimo
di loro. Perché, in somma, se la miglior compagnia è
quella della quale noi partiamo più soddisfatti di noi
stessi, segue ch'ella è appresso a poco quella che noi
lasciamo più annoiata. La conclusione è, che nella
conversazione, e in qualunque colloquio dove il fine non sia
che intertenersi parlando, quasi inevitabilmente il piacere degli
uni è noia degli altri, né si può sperare
se non che annoiarsi o rincrescere, ed è gran fortuna
partecipare di questo e di quello ugualmente
G. Leopardi, "pensieri memorabili"
Cfr Zibaldone 570
(
) Nell'abisso che ha inghiottito il passato
non vi sono più fatti od idee, vi è il passato:
i grandi
caratteri delle cose si sono distrutti come le cose, e le idee
si sono modificate con esse - la verità è nell'istante
- il passato e l'avvenire sono due tenebre che ci avviluppano
da tutte le parti, e in mezzo alle quali noi trasciniamo, appoggiandoci
al presente che ci accompagna e che viene con noi, come distaccato
dal tempo, il viaggio doloroso della vita.(
)
da "Le leggende del castello nero", tratto dai "Racconti
fantastici", edizione postuma del 1869 di Igino U. Tarchetti
LA POSTA VOSTRA LOSSERVATORE17@HOTMAIL.COM
1." Caro Losservatore ho letto il vostro giornalino e mi
chiedo quale motivo vi possa spingere ad una simile cazzata!!"
e-mail ricevuta da Giulia di San Bonifacio
2." Ciao a tutti, vorrei usare il vostro spazio per dire
una cosa: mi sono rotto il cazzo della gente che continua a criticare
gli altri perché non partecipano alle vicende dei giovani
della parrocchia! o sei un cesarotto e vai col prete, o un discotecaro
impasticcato! Io non sono né l'uno né l'altro ma
certe mie coetanee mi rompono ancora per farmi partecipare al
gruppo della parrocchia quasi avessero da svolgere la loro missione
di recupero di noi malavitosi
Beh, stanno ottenendo l'effetto
contrario!"
e-mail ricevuta da Andrea di Monteforte
3."ecco come/lustrati del sommo padre/noi si entra/dalle
porte della casa di Dio/adoranti al suo capezzale/pervi delle
sue sofferenze/tremendamente soli"
e-mail ricevuta da Alberto di Monteforte
4."Volevo fare i complimenti per le vostre poesie dello
scorso numero
non hanno niente da invidiare alle famose,
ve l'assicuro"
e-mail ricevuta da Federica di Monteforte
5." Perché non vi interessate delle vicende politiche
del vostro comune di appartenenza? Stanno avvenendo dei fatti
assurdi e voi non dite niente alle persone?"
e-mail ricevuta da Paolo di Monteforte
ATTENZIONE: Se non
espressamente indicato dal mittente, l'identità precisa
di chi scrive, non è resa nota. Inoltre mi rivolgo a Paolo
in particolare, per ricordare che LOSSERVATORE non si occupa
di politica locale, né nazionale, ma di notizie che forniscono
un argomento, uno spunto di riflessione o un dibattito.
LA COMUNICAZIONE di D. Dal Zovo
La comunicazione è senza dubbio, prima di un diletto,
un bisogno primario dell'uomo. Questa necessità nel tempo
ha raggiunto sfumature delle più imprevedibili, oltretutto
nella nostra società ha assunto l'importante ruolo di
guida o di interprete a volte positivamente e purtroppo a volte
negativamente. Approfondendo tale questione si può notare
come la pubblicità o i media in genere siano riusciti,
siamo onesti, a dominare le nostre scelte. Fortunatamente però
contrapposta a questo tipo di comunicazione di plagio ne esiste
una alternativa che tende a risvegliare o gratificare l'animo
umano, parlo del teatro, del cinema (quello non commerciale),
della letteratura, della poesia e altre forme comunicative di
espressioni che anch'esse si sono evolute in maniera eccezionale
e per fortuna incontrollabile. Circa cinque anni fa, visto che
scrivevo dal 1994, fui incitato da un prezioso amico a partecipare
ad un concorso di poesia che si teneva a Ragusa, con mio immenso
stupore e gioia lo vinsi. Attualmente collaboro con due case
editrici italiane che si occupano anche di poesie: "LIBROITALIANO"
e "PAGINE". E' proprio per questo motivo che ho deciso
di scrivere per "LOSSERVATORE" e sto cercando di fare
altrettanto con un giornale di Firenze,città in cui vivo
ora. In questi anni sono stato sorpreso nel vedere quante persone
scrivono e notare pure quanti giovani e adolescenti ritrovino
nella scrittura un modo per esprimere se stessi e costruire se
stessi. Mi rivolgo appunto a queste magnifiche persone nella
speranza di poter offrire a loro, non un'opportunità ma
almeno alcune utili informazioni affinché possano perseverare
in questa illuminante nonché costruttiva strada. Purtroppo
l'unica via d'accesso è il concorso, che spesso chiude
le porte in faccia, ma ciò deve essere lo spunto per migliorarsi
ed approfondire ricercando il pensiero puro nella propria anima,
e se questo avviene è certo che qualcuno lo noterà.
CONCORSI DICEMBRE: Premio Lanciano (Inf.0872.7261); Premio Città
di Porto Sant'Elpidio (Inf.0734.992198); Premio Luigi Rosso (Inf.0571.757729);
Premio Mario Stefanile (Inf. 081.5784644).
Per eventuali informazioni potete rivolgervi direttamente a me:
JDUERF@hotmail.it oppure contattare la redazione de "Losservatore".
RIFLESSIONE di G.
Bianchini
Che la TV si possa considerare lo
specchio dell'immagine della salute di un popolo, penso sia ormai
pensiero comune. Dando per veritiera tale affermazione, si potrebbero
considerare le trasmissioni di giochi televisivi. Tale categoria
penso rappresenti in assoluto lo scadere delle nostre genti!
E' la deriva triste di consumistiche visioni e di valori che
sono all'antitesi atavica della vita stessa. Cosa è questo
elargire di milioni e milioni, questo sedurre intrappolare schiavizzare
un sedicente concorrente facendogli sbavare una quantità
folle di denaro in un contesto vergognoso!!? Non nascondo il
mio sommo disgusto, un rifiuto organico verso questo sistema
che ci offre come speranza e valore la possibilità magari
di parteciparvi anche noi per assicurarci una parte di questo
bottino. Se penso a quante situazioni di disperazione, se penso
a tutte quelle creature di Dio che sono costrette a succhiare
dall'arso per potere anche solo sperare nella prossima alba
come si può scempiare in questo assurdo "giocare"?
Non è necessario che si facciano riferimenti per togliere
dubbi su questa realtà!! Ma non conosciamo più
la vera vergogna??
L'ESEMPIO OLANDESE di
M. Bolla
Recentemente ho fatto un viaggio in Olanda, ed ho visitato alcune
città tra le quali Utrecht, l'Aia, Apeldoorn ed ovviamente
la capitale, Amsterdam. Una cosa che mi ha colpito molto è
che nelle città olandesi non vi è tanto traffico
e smog come in quelle italiane, e la vita scorre più tranquilla
e serena. Innanzitutto per le strade circolano un sacco di biciclette
e, badate bene, non vi è nemmeno uno scooter: da noi questa
specie di vespa spaziale ce l'hanno tutti, basta avere quattordici
anni per possederla, sennò uno resta un bambino se non
ce l'ha! Praticamente in Italia, quando camminiamo per le strade,
dobbiamo prestare attenzione alle miriadi di automobili e scooter
che sfrecciano imperterriti senza pietà alcuna per i pedoni;
in Olanda invece si deve stare attenti alle biciclette: sono
come formiche, in ogni buco se ne trova una! Infatti in tutte
le strade vi è una pista ciclabile e, in giro, ci sono
parecchi parcheggi apposta per bici, cosa che da noi è
quasi un miraggio. Poi in Olanda non ci sono le corriere, ma
quasi esclusivamente tram elettrici che non inquinano. E pensare
che fino ad una ventina d'anni fa ce n'erano anche nelle nostre
città; poi li hanno tolti tutti sostituendoli con le corriere
(ovviamente per fare una politica, sostenuta dal governo, a favore
di un noto imprenditore piemontese); ora, ho letto nel giornale,
a Verona e in altre città vogliono ripristinarli, però
il problema è che ci vogliono i milioni per farlo! Allora
avanti con ingorghi, smog e stress, con grande gioia della nostra
salute! In Italia abbiamo quasi una macchina a persona, specialmente
qui in Veneto dove i "skei" di certo non mancano. In
Olanda, così almeno diceva la guida, solo il 40% della
popolazione ha la patente, gli altri si arrangiano con bici e
tram. A volte penso quanto sarebbero belle e più vivibili
le nostre città se seguissimo l'esempio olandese. Peccato!
LETTERA IN MONTAGNA di S. Rodighiero.
Cercare sempre e in ogni momento di scoprire se stessi forse
sapendo che mai si riuscirà in questo proposito. La montagna
aiuta, hai ragione! Stelle brillanti che si stagliano su di un
cielo nero e profondo; alti e maestosi monti che si ergono sopra
di me facendomi sentire piccola e insignificante quanto grande
e in armonia col tutto: solo nell'armonia che si ritrova nella
natura infatti l'uomo scopre se stesso "Docile fibra dell'universo".
Il silenzio così "amplificato" della montagna
mi aiuta a riscoprire la bellezza del silenzio interiore. Solo
qui mi convinco che posso farcela, che ogni esperienza negativa
della vita è un insegnamento prezioso e che ogni scelta
è importante e che esistere vuole dire scegliere e determinare
la propria vita in base alle scelte. Il problema è quando
ci ritroviamo ad accettare scelte fatte da altri e che vanno
a fagocitare brevissimamente speranze, ambizioni e propositi.
Tutto sembra cadere, persino la nostra parte più intima
e personale, perché è proprio lì che risiedono
le nostre più intense emozioni, le nostre paure. Non c'è
più equilibrio ma soltanto una forte corrente che soffia
solamente da un lato e per ristabilirci bisogna fare proprio
quella scelta fatta da altri, convincersi che è giusta,
che noi sicuramente avremmo fatto la stessa cosa. L'armonia naturale
aiuta, aiuta tantissimo perché fa riflettere, pensare,
guardarsi dentro. Adesso non posso dire che avrei fatto la scelta
che hai fatto tu, o che sono felice.
Posso però affidarmi al fatto che ci sono moltissime strade,
biforcazioni: infinite altre scelte che mi appartengono e che
dovrò fare in prima persona. Mi affido a questo, alla
mia facoltà di scegliere, al mio esistere, alla mia vita
stessa che mi sta travolgendo con le sue innumerevoli possibilità.
Tu hai scelto per me, hai portato via una parte della mia interiorità
ma un giorno forse sarò io a dover scegliere per gli altri,
o forse l'ho già fatto. "Homo sum: humani nihil a
me alienum puto": l'uomo deve interagire con gli altri,
non c'è nulla di umano che non lo riguardi e nessuna sua
azione che non abbia conseguenza sugli altri uomini. Io ho subito
la "consecutio" di una svolta fatta da te ma le montagne,
i fiori, la terra secca e nuda e quella bagnata e fertile mi
hanno insegnato questo: esiste sempre un modo per rialzarsi,
per non lasciarsi cadere! Diverse sono le vie di sviluppo della
natura, infinite le sue varietà, così come lo sono
le possibilità e le scelte umane.
ANCORA RAZZISMO di
D. dal Zovo
Sembra quasi un paradosso eppure alle soglie del terzo millennio,
del villaggio globale, dell'era della ragione esistono ancora
forme di razzismo. E' incredibile come accendendo la televisione
o sfogliando un quotidiano ci si imbatta in scoperte futuriste
che rendono sempre più piccolo il mondo, accostate a guerre
di religione o civili tra razze. Esempi di ogni giorno sono l'Africa,
i Balcani ed ora anche la Palestina. Purtroppo è ancora
presente la paura della diversità, nelle sue innumerevoli
forme, mentre le estreme destre avanzano trovando un terreno
malleabile e pronto ad appellarsi a
qualsiasi ideologia, anche delle peggiori, pur di non mettersi
a passo con i tempi. Probabilmente risvolti dell'ignoranza medievale
sono ancora insiti nella nostra cultura occidentale. Ritengo
che questa corsa all'innovazione tecnologica stia certamente
modificando, o meglio, evolvendo anche la cultura umana tralasciando
però alcuni aspetti fondamentali, quali la preparazione
di ogni individuo alla sopraccitata evoluzione. E' comunque piuttosto
improbabile che il business nella sua frenetica smania di denaro
voglia il bene di tutti, pertanto ritengo necessario un intervento
culturale che parta dalla scuola insegnando a rispettare ed apprezzare
le peculiarità di ogni persona. Non a caso la Palestina
ne è l'esempio palese dove si vedono morire ragazzini
di 14,16 anni ai quali è stato loro insegnato che gli
israeliani sono i cattivi e viceversa.
Letture consigliate sull'argomento: Luis Sepulveda, Storia di
una gabbanella e del gatto che le insegnò a volare, SALANI
EDITORE / Pietro Riveda, La pace cambia, EDITRICE LA SCUOLA /
Luce Irigaray, Essere due, BOLLATI BORINGHIERI / Giuseppe Mantovani,
L'elefante invisibile, GIUNTI / Maria
Montessori, Educazione e pace, GARZANTI.
LA STRADA di S. Rodighiero
Metafora della vita
curve, biforcazioni, incroci e poi
sempre strada, niente fine, niente meta. Strada e basta. Guardiamo
innanzi sperando di aver intrapreso quella giusta, ci voltiamo
indietro osservando amaramente le altre strade che abbiamo escluso
dal nostro viaggio. Andiamo avanti nella speranza che tutte le
strade poi si riuniscano, convincendoci così di non aver
perso nulla che non potremmo recuperare o rimediare in un prossimo
futuro. Incontriamo persone per strada: alcune di esse ci coinvolgono
così tanto nel loro viaggio che talune volte ci sentiamo
di dover lasciare il nostro per loro, perché in realtà
l'uomo non vive da solo e nel momento in cui sente dentro l'emozione
di essere in un qualsivoglia modo amato e compreso sorvola sul
suo individuale destino pensando a sé come ad un binomio,
ad una metà necessariamente legata ad un'altra. Purtroppo
questo ci limita e nel peggiore dei casi ci accorgiamo che sminuire
così tanto il nostro EGO non è servito poi a molto.
Ma allora è meglio seguire il proprio ITER o compromettersi
con coloro che incontriamo, forse mettendo da parte le nostre
ambizioni per qualcosa che ci sembra più appagante? Appagante,
intenso ma
duraturo? Assolutamente no, ma noi siamo così,
dobbiamo tentare, la vita è un eterno conativo, un mettersi
in gioco
Se non viviamo così ecco che quelle strade
oltre le nostre spalle, quelle biforcazioni diventano rimpianto,
rimorso e amaro dolore.
SULLA STRADA DEL CINISMO
di S. Brandiele
Sono una ventenne che si sta affacciando alla vita istituzionale.
Pur essendo giovane ho alle spalle molti progetti che hanno ottenuto
buoni risultati e altri che stanno proseguendo tuttora. Mi sento
soddisfatta di ciò che ho svolto in passato e ho moltissime
proposte per il futuro. Forte di questi successi ho deciso di
allargare i miei orizzonti e di rivolgere le mie energie al miglioramento
della qualità della vita del mio paese. Ho trovato subito
le occasioni, sia a livello parrocchiale che municipale; sono
stata affiancata da compagni stimolanti con i quali ho condiviso
valori e ideali e, anche se le proposte sono state spesso divergenti,
siamo riusciti a trovare soluzioni comuni. Giunti al momento
di concretizzare i progetti sono entrati in gioco i rappresentanti
dell'Istituzione. A quel punto mi sono sentita circondata da
persone con un atteggiamento ottuso, completamente incapaci di
ascoltare: da mesi tento di lavorare con (non contro!!) l'amministrazione
comunale e non mi è mai stata concessa l'opportunità
di esporre il mio parere; in parrocchia trovo persone intente
a travasare la "loro scienza" nelle teste altrui. Mi
chiedo dove siano finiti il confronto, la discussione, il gusto
del conflitto! Mi domando se anch'io a quarant'anni sarò
incapace di comunicare, di apprezzare le nuove idee e di considerare
la diversità come espediente di arricchimento e di crescita.
Mi sento strumentalizzata dai "centri di potere", che
mi offrono possibilità di espressione solo sotto il loro
controllo, che mi vorrebbero passiva e mi trattano da burattino.
Questa situazione mi sta soffocando, perdo entusiasmo di giorno
in giorno, credo sempre meno nelle istituzioni... dove mi porteranno
queste riflessioni? Perché tutti questi "vecchi"
tentano disperatamente di creare il vuoto attorno a noi giovani?
Forse invidiano il nostro entusiasmo, le nostre aspettative per
il futuro, il nostro ottimismo, i nostri valori, la nostra capacità
di creare relazioni. Forse ci desiderano conformi al luogo comune
che ci descrive come dei vuoti egoisti, incapaci di dare senso
alla vita. Questo articolo non vuole essere uno sfogo o una denuncia,
ma una provocazione. Desidererei avere delle risposte in modo
particolare da chi dissente dalla mia opinione, magari dalle
persone che ho preso in causa direttamente. brandiele@mbservice.it
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RACCONTI
1. --- Il villaggio era in subbuglio. Ormai il tramonto stava
portando la notte nuova e l'oscuro, come una colata di miele,
stava avviluppando le case e i campi. Nell'aria ridondava il
suono delle campane e si odorava ancora, in alcune borgate, il
pungente profumo dei mosti in fermento. Le donne svelte richiamavano
i propri figli e gli uomini ritornavano lenti dalle stradine
dei campi: chi ricurvo sotto il peso di grosse fascine di legna,
chi trainando malconci carrettini o, chi più fortunato,
si limitava a tenere le briglie del fedele cavallo. I focolari
iniziarono ad accendersi come piccole spie, dentro le case che
si scaldavano dall'abbraccio delle genti ritrovate più
che dal potere del fuoco. E in quelle serate di filò,
i vecchi raccontavano le loro storie, favole inventate o episodi
di una vita passata. Ma fu proprio in quella notte che il vecchio
di Gualben, raccontò una favola che nessuno potè
più dimenticare: il mistero del "Moraro". I
fanciulli spaventati cercarono protezione dalle madri, e gli
uomini increduli delle parole del vecchio, rimasero ammutoliti
di sconforto. Il Moraro era una pianta enorme, piantata a fare
confine in principio di un fosso. Da questa, il vecchio raccontò
di aver visto uscire un terribile orco alto almeno un metro e
tutto ricurvo, vestito di stracci d'uomo e con una scura carne
che in viso si infissiva in nauseanti rughe sanguinanti. L'orco
accortosi del vecchio, non si mostrò intimorito, e con
occhio spregevole lo fissò a lungo. Il vecchio che portava
con sé un falcetto, se lo mise in pugno e lo alzò
a mezz'aria. L'orco mostrò un braccio la cui mano era
orribilmente incarnata a quattro artigli lunghi come zanne. Il
vecchio si lasciò cadere il falcetto e cercò forza
in corpo per voltarsi e correre; una fitta nebbia sembrò
piombare dal fosso e nulla più si potè vedere.
La pelle del vecchio e i suoi vestiti furono presto fradici della
fitta nebbia. Correndo senza curarsi della direzione il vecchio
si trovò nel suo campo quando le campane batterono mezzodì.
Il cuor suo batteva fortissimo in petto e si sentì soffocare
in gola da un nodo strettissimo. Presto cadde a terra e perse
i sensi. Raccontò di un tremendo sogno ove l'orco si impossessava
della sua anima e la vendeva ad Demonio in persona per una brocca
di vino. Poi il vecchio si ritrovò ridestato e le campane
batterono il mezzodì del giorno dopo. Guido Bianchini
2. --- Svegliarsi di sera
fa sorridere ed inquieta allo
stesso tempo!
Chiudere gli occhi con la luce e riaprirli con il buio, uno dei
capovolgimenti più strani e più sconvolgenti contenuto
sotto vuoto nella sua semplicità. Un cambiamento repentino
di ritmo come se la grancassa che scandisce il tempo della tua
vita saltasse da un genere all'altro senza riguardo. Svegliarsi
di sera
ti può far riflettere, ti può far
pensare, forse a te, ma a Ronzino no! A lui non interessa. Per
lui chiudere gli occhi e poi riaprirli può significare
solo alzare il culo e cominciare a rompersi i coglioni! Il risveglio
per lui non è un momento di rinascita interiore tra i
guanciali morbidi che ti accarezzano le gote, né la dolce
consapevolezza di abbracciare un nuovo giorno invernale, no!
Ronzino non si abbandona a queste cazzate. Si sveglia cattivo,
feroce, poi una fievole scoreggia lo rilassa, dona al viso un'espressione
sognante, in testa gli ronza "Red, feel wine" degli
UB40, si calma, non è più cattivo come prima. Leggero
si alza e osserva dalla finestra il giorno già dissolto
in nero. Non gli dispiace non aver visto la luce del pomeriggio,
per lui sarebbe stata comunque grigia, di un grigio monotono
e invernale che fa impazzire ; oppure il bianco schizofrenico
inquinato dal nero. Non ha voglia di pensare, gli basta galleggiare
su quel leggero pallido che lo trascina da un posto all'altro
del suo universo contenuto da pareti bianche. Nel suo vagare
vuoto, adocchia un tozzo di pane farcito e pensa di accostarlo
ad un bicchiere di red wine, che però, lo renderebbe momentaneamente
triste. Opta infine per un democratico bicchiere di acqua che
rappacifichi le sue confuse dispute mentali. Che uomo Ronzino!
Si sente come un soldato che sta dalla parte sbagliata, consapevole
di occuparla veramente.[
]E' un Ronzino ma si sa anche imbizzarrire
e nei suoi occhi puoi vedere quell'elettrica pazzia scattante
di uno stallone maestoso e oscuro.[
] Enrico Gastaldo(Uico)
3.--- Trascinati dall'etereo sussulto di una sensazione di desiderio,
lasciammo il giaciglio d'un freddo altare d'arbusti secchi, e
scendemmo verso le rocce della Venere. Nascosti dall'intrecciarsi
orchestrale di edere e foglioline di salice piangente, ci sedemmo
alla terra, dove il muschio era più alto e soffice e dove
fiori selvaggi, bagnavano del loro odore, quell'aria sopraffina
e dolcissima. All'ombra della dimora di Khonus, dio e condottiero
degli eroi, ci sdraiammo con il corpo metà in ombra e
con metà offerto ai raggi di un timido sole che chiudeva
l'ultima decade della terza fase. Lo spirito mi guardò,
io sdraiata a lui, e mi si sdraiò sul ventre. Sentii il
suo fluido di carisma divino, entrarmi dentro come un alveo di
fuoco. Sollevatami dal grembo, mi liberò dentro una forza
che sentii stringermi e ramificarsi in me come radici d'abete.
Presto ritornai alla terra e con gli occhi di luce fantastica
mi addormentai. Quando il tramontare del sole lasciò il
bosco alla nebbia fredda di una nuova notte, mi svegliai con
le carni raggelanti e una sensazione di presagio. Mi incamminai
verso il giaciglio che mi aveva accolta ormai da qualche notte
e mi coprii con le grosse piume d'ali d'angelo. Restai nel torpore
di una culla da sogno, abbandonata ad un ricordo di tempi lontani
e d'infanzia graziosa.
Mi addormentai . Guido Bianchini
4. --- LE DUE IMPERATRICI
Quel giorno, in classe, Andrea e gli altri suoi compagni stavano
aspettando l'ultima professoressa della giornata che avrebbe
dovuto spiegare un nuovo argomento d'economia. Andrea era stanco.
Con una formula magica avrebbe voluto far passare il tempo velocemente
ed andare così a casa per mangiare.La professoressa entrò
in classe.
<<Buongiorno!>> recitarono in coro gli alunni alzandosi
in piedi.
<<Buongiorno.>> disse con voce flebile l'insegnante.
Andrea era già assorto nei suoi pensieri. Gli sembrava
d'essere in una gabbia; la scuola gli pareva una grande gabbia
all'interno della quale si svolgeva una vita morta. Le finestre
della sua classe erano alte sopra di sè, impossibili da
toccare; erano
come due imperatrici che decidevano se e quanta luce far penetrare
all'interno. Erano terribili quelle finestre, anzi, incontrastabili.
Andrea le odiava, non le sopportava. Che diritto avevano di occultargli
la realtà esteriore o di modificarla a loro piacimento?
No, troppo ci aveva pensato: non ne avevano il diritto.
D'un tratto s'accorse che tutto il suo passato fluiva nell'opaco
raggio di luce tenue che le due imperatrici oggi, forse per uno
strano sbaglio, avevano permesso d'entrare nella sua integrità.
E Andrea lì vedeva se stesso e s'immaginava bambino, ma
la felicità di quel periodo veniva celata da quel fluire
e gli pareva di soffocare per mancanza di vita. Il raggio fu
come un lampo che gli permise di capire maggiormente ciò
che da tempo già avvertiva.
<<Deterioramento delle ragioni di scambio internazionali:
questa è la prima causa economica di sottosviluppo dei
paesi del sud del mondo.>> affermò la professoressa
con voce così sicura che colpì e svegliò
Andrea dal suo stato contemplativo.
<<Perché diminuisce?>> riprese l'insegnante.
Nessuno rispose.
<<Per cause naturali, perché i nostri prodotti sono
governati da regimi monopolistici, per il protezionismo che il
Nord attua nei confronti del Sud, e per la bassa forza contrattuale
dei paesi del sud stessi. Altre cause di sottosviluppo sono la
bassa produttività, l'insufficienza di infrastrutture
pubbliche, un basso livello di istruzione tecnica, e un'elevata
crescita demografica.>>
Andrea non poteva sopportare che tutti i problemi si riducessero
sempre a delle semplici considerazioni economiche; il cuore,
il cuore degli uomini, dov'era? Forse nelle ragioni di scambio
internazionali?
"Sì, purtroppo!" pensava tra sè Andrea.
Il cuore degli uomini si conservava nel freddo, all'interno delle
due grandi imperatrici, in questo regno di follia passata per
normale. E tutto ciò che lo circondava pareva essere un
suddito fedele di questo regno. Davanti a sè le due lavagne
erano come due grandi occhi neri e profondi che lo osservavano
costantemente e non lo lasciavano mai in pace. Non aveva dubbi:
erano quelli delle due imperatrici. Ogni sua mossa sembrava esser
controllata e valutata, e la sua paura più grande era
che i due occhi potessero scorgere anche i suoi inconsueti e
più nascosti pensieri. Andrea odiava gli altri; invidiava
la fedeltà della cattedra, delle sedie, dei banchi, dell'armadio,
delle lunghe lampade spente sopra il soffitto. Ora invece provava
verso le cose invidia mista a compassione. Sì, provava
compassione verso loro perché stavano bene così
stando immobili ed impassibili, ma le invidiava perché
Andrea non poteva assaporare la dolcezza dell'apparente benessere
e dell'accettazione rassegnata. La sua diversità lo intimoriva,
a volte gli incuteva vero e proprio terrore. Aveva paura d'essere
punito per questo suo comportamento e, poiché nessuno
lo faceva, certe volte avrebbe voluto auto-punirsi per questa
sua infedeltà.
L'aria pesante della classe lo faceva cadere in un orrendo delirio
taciturno che lo rendeva nervoso e assolutamente disattento alla
lezione.
<<Che ore sono?>> gli chiese il suo compagno di banco,
svegliandolo dal suo stato delirante di pensieri.
<<Le tredici e un quarto, mancano cinque minuti al termine
della lezione.>> rispose Andrea con voce annoiata, ma incredibilmente
cosciente della vita. Marco Bolla - 7/98
5. ---MONDO CANE (MY WAY) "tanto fa l'uomo che alla fine
sparisce"
(R.Queneau)
Attenzione, questa storia è l'introduzione alla vita vera
del mio benamato quartiere, ma potrebbe essere la raccolta di
ricordi di chiunque; come diceva De Andrè "dietro
ogni matto c'è un villaggio", ed io rispondo, con
deferenza, che nel mio quartiere ci sono un sacco di matti. Certo
non è facile arrivarci, qui nel mio rione, non è
semplice esplicare nemmeno a voce dove si trova, ma questo non
ha molta importanza, perché in questo piccolo mondo abitiamo
solo noi indigeni e nulla esorta ad accedervi. L'unico straniero
cui è permessa senza sguardi indagatori l'entrata, è
il colombo della signora Lucien. Io abito al terzo piano di un
condominio che s'innalza in due piani, oltre a me, naturalmente,
dimoravano altre quattro famiglie. Partendo dal basso, a sinistra,
la signora "finestra con le orecchie", che nessuno
ha mai avuto l'onore o forse l'onere di vedere se non in penombra,
dietro le persiane. Credo non sia mai uscita nemmeno per comprarsi
del cibo o per gettare i rifiuti nel cassonetto, potete immaginare
quanto si siano sprecate leggende metropolitane e storie mitiche
sulla sua esistenza; ma mai una lettera, una cartolina a scansare
la polvere nella sua cassetta della posta. Una volta, il nipotino
della signora Lucien disse d'averla vista uscire per un momento.
Fu linciato in pubblica via, reo di falsità, la signora
era un'estremista cattolica. Abiurò. Potevamo solo pensare
che il compito della signora "finestra" in questa nostra
fugace vita, era quello di controllare il passaggio di persone
e cose davanti alla sua finestra. Tra le persiane perennemente
chiuse questa dama del buio annotava forse nel suo libro nero
le persone da maledire a suon di malocchi, ma anche questo appartiene
alla leggenda. Stretti vicini di questa sinistra e tenebrosa
figura, era la famiglia francese Malivaux. La già citata
madame Lucien e il marito maurice, che la moglie chiamava dolcemente
con accento francese :"mou mou". Era una donna piccola
e magrissima ma con una foresta di ricci da bigodino sopra la
testa; dava l'idea di un albero in autunno con i capelli castani;
sempre abbronzatissima. Ora, devo rendervi dotti sulla vera identità
della signora, a scanso d equivoci. E' uno scoop e siamo solo
noi a saperlo: in realtà madame Lucien et l'inutile mari,
monsier maurice, sono signora Luciana e l'inutile marito maurizio
Malivasi. Una vera e propria "gallomania"; si dice
sia una malattia che colpisce alcune donne tristi e depresse
con il sopraggiungere della vecchiaia, questo cambiamento repentino
dello stile di vita. Serve a rendere meno angosciante una realtà
altrimenti inzuppata nell'immenso calderone di tristezze banalità
e affanni che è la vita nostra. Amen. E poi, diciamocelo,
un accento francese rende più sensuali e più giovani
anche delle vecchie racchie, come la sign.. ehm, madame Lucien.
Il problema sorge quando il gioco supera il confine a volte invalicabile
della realtà, da un pezzo scavalcato da madame, che viveva
da vera francese. Bandiera stesa il giorno dell'anniversario
della presa della Bastiglia, urla e canti ad ogni gol della Francia
ai mondiali di calcio, sempre in pantofole rosa. Faceva assistere
ogni sera al marito, un tristissimo e angosciante spettacolo
dal vivo copiato schifosamente dalle ballerine del "moulin
rouge", lei come gaglioffa protagonista; Il mercoledì
sera lo spettacolo diveniva, per la gioia di tutti (oeh!), pubblico
e gratis. Fuori della porta d'entrata della maison si poteva
leggere in caratteri cubitali su cartellone: ["RUE PIGALLE.
QUESTA SERA, ALLE ORE NOVE LA BALLERINA PIU' SESSI DEL MONDO
VI PROPORRA' UN PICCOLO MA DOLCE SPETTACOLINO, MA SE VOI LO DESIDERATE
CI SARANNO ALTRE MILLE SERATE, ACCORRETE VU, ACCORRETE VU!"].
Aveva delle capacità linguistiche sovrumane, la si poteva
sentir urlare spesso con perfetta pronuncia francofona: "Chapa
chi, toi li, curi chi, magna piasè". Fece girare
voce nel quartiere che un suo bisnonno aveva combattuto nella
Comune di Parigi, venimmo a sapere che il suo defunto parente
aveva solo lavorato in comune, a Velo. Cosa non fa la gente per
darsi importanza!. E il marito?, chiederete voi. Beh, maurizio,
era un uomo assolutamente di nessun conto, ma dobbiamo darne
atto, era tranquillo e comunque martire. Nei momenti di massima
gioia, poteva addirittura abbozzare un sorriso. Piccolo, tozzo
e barbuto, con due mani grandissime e degli occhioni neri neri
sempre pronti a seguire la moglie. La bocca protesa sempre verso
il si, le orecchie capaci di distinguere un ordine della moglie
anche a due Km di distanza. Era succube del suo potere; ogni
desiderio diveniva un ordine per lui, e doveva eseguirlo a qualunque
costo. Ma l'amava, di un affetto sincero e infinito, anche quando
alle sei del mattino era costretto a suonare col trombone la
Marsigliese, nudo in mezzo alla strada. Divise da una ventina
di scalini a salire, le altre due famiglie. Una, sempre variabile,
a seconda delle serate, l'altra, la classica famiglia. Cominciamo
da Rabelais, il libertario. In verità, e qui devo ripetermi,
il suo vero nome era Marietto Paolin, nato e cresciuto sessant'anni
fa nella bassa veronese, tra la nebbia e i campi, tra il lavoro
duro e le sventolanti bandiere della Padania. A quarant'anni
suonati decise di dedicare il resto della sua vita all'ideale
anarchico. Cominciò con il seguire i congressini universitari,
a cui partecipavano pochi e fedeli adepti. Ma in breve tempo
sbancò librerie e giornalai fino a raggiungere un altissimo
livello di sapienza della dottrina. Ora disquisisce tranquillamente
di Proudhon, Malatesta, Bakunin e Max Stirner. Sventolava perennemente
bandiera rosso e nera nel suo piccolo balcone, e per protesta
nei confronti della "famille", alle sei del mattino
suonava "La ballata del Pinelli" e" addio a Lugano",
con un ' Ibanez nuova fiammante, amplificata a sagra paesana;
questo gli faceva respirare aria di vendetta. Quando, all'epoca
delle elezioni passavano i politici per pubblicizzare il loro
partito, Rabelais, furente, dal suo poggioletto, scaricava raffiche
di mele marce urlando: "Alla caricaaa, Anarchia o morte!!!",
e al suo piccolo cane, Zapata, aveva insegnato a scaricare il
digerito sugli arresi al capitalismo. I politici se la davano
a gambe, inseguiti da Lucien, ai quali chiedeva l'autografo di
Chirac e Le Pen. Era un signore anziano dagli occhi vai, questo
straniero figlio di nessuno, segnato dal lavoro e dal vino. Né
Piccolo né grande, né magro ne grasso, né
bello né brutto, e quando dalle sue labbra non pendeva
un Cubano( né spento né acceso), a tenere occupata
la sua finissima bocca, c'era una bottiglia di rosso, SEMPRE
PIENA. A volte era carico già di primo mattino, e quando,
funambolico scendeva le scale faceva il classico rumore di un
secchio pieno d'acqua in movimento. Spesso lasciava addirittura
la scia. Cazzo!era una spugna. Ma era buono, dolce e affettuoso
quasi con tutti. Il mattino prestava servizio in una comunità
di schizofrenici, che spesso imitava la sera, per farsi compagnia,
scatenando l'ira funesta dei Perbeni:" quanti cazzo siete?
Bastaaaa !!". Il pomeriggio impartiva lezioni di italiano
agli extra comunitari, con predilezione per i "sans papier",
direbbe la signora Malivaux, o"
." come direbbe
penombra, o" come ha detto mia moglie" come direbbe
Maurice ("M", giustizia è fatta). Insegnava
ai piccini del quartiere a camminare, alle bambine a danzare,
ai cani, lo sapete, e agli adolescenti a fumare le prime canne,
ma era rispettatissimo, perché chi ama a volte è
ricambiato. Alla sera, con la sua sciarpetta rossa intorno al
collo beveva ripensando alla giornata, la notte, ribeveva, non
capendo più un cazzo della giornata, accarezzando il piccolo
Zapata, e guardando rapito dall'estasi la foto dell'unico amore
della sua vita, Silvia occhi blu, che lo aveva abbandonato per
esaudire la vocazione di giramondo. Ma Rabelais non sapeva che
la dolce Silvia, a pochi gradini di distanza, nel buio della
sua casa, stava in lacrime di disperazione, guardando fissa e
inerte il soffitto nella lusinga di trovare il coraggio, l'appresso
dì, di manifestare e delucidargli il suo immutato immenso
amore. Rabelais distrutto dal vino a causa dell'amore perduto;
Silvia disintegrata da un muro a causa dell'amore lasciato e
dalla peritanza. Come poteva tornare da lui dopo quello che gli
aveva fatto?. Ma torniamo alla destra del Paolin, "che schifo!"
direbbe lui. E' qui ubicata, nel comodo appartamento condominiale,
di via dei signori, nell'estrema perfezione e all'avanguardia
della tecnologia, almeno per quanto riguardi gli allarmi, immersa
nella pulizia e nel quieto vivere che procura il silenzio umano,
e non quello televisivo, tanto dolce e amorevole; il vanto del
Nord-est, La classica famiglia del produci- consuma- crepa, la
famiglia Perbeni, con sussiego.
[geremiade 77] TO BE CONTINUED....?
REDAZIONE: Marco Bolla, Guido Bianchini
COLLABORATORI DEL NUMERO: Denis Dal Zovo, Sabrina Rodighiero,
Serena Brandirle,
Enrico Gastaldo, geremiade 77, Lorenzo Bianchini,
Carolina Pelosato
CONVALESCENZA
Una sera di queste, ero in piacevole compagnia di qualche amico,
in una osteria cult ad intavolare la seguente teoria: la convalescenza.
Capita di sentirsi miseramente al margine di ciò che la
maggioranza conia come gli standard di normalità e felicità
e di sentirsi inutili alla società, e costretti ad assecondare
i propri bisogni primari per compiacere agli altri
La convalescenza
è la nostra stadiazione, quella di chi ha la sensazione
di essere in via di guarigione come da un incubo che è
la vita.
GUARITI TERMINALI di L. Bianchini (Capo)
Questa vita convalescente ci sta trascinando nel baratro dell'inquietudine.
E noi, malati terminali, alcolici,
morti da tempo, incapaci di vivere,
aspettiamo inerti lo scoccare della nostra ora
e la strada continua inesorabile, spesso inventata da noi
eterni viaggiatori, sognatori svegli,
fattanze incerte, fredde
e continua pure questo tempo,
spaventevole successione di eventi, di momenti,
spento,
convivenza di passato e presente,
di ignoto futuro
Ma mentre aspettiamo la nostra guarigione la memoria ci abbandona,
Chi Siamo??!
La risposta, evidentemente, non esiste,
o comunque è talmente distante che il cercare di raggiungerla
non farebbe altro che accentuare la nostra vana, dolce impotenza
.
ILLUSIONI di Marco Bolla
Ardito e stanco dell'immutabile,
respiro quest'aria della palude;
solo, cado nell'indistricabile
meccanismo malsano, grave e rude.
Volano liberi augelli in cielo,
il sole brilla nell'oscura rete
agli occhi celata dal dolce velo:
fallace agir d'uomini senza mete! 16/3/1998
MEMORIE di Carolina Pelosato
Mi ritrovo sognante
in un angolo di pensiero,
sogni già vissuti
e forse fuori moda.
Mi rivedo come ieri
una piuma al tramonto
ricerco la purezza del mio volo
infranto nel ricordo. 24/5/2000 |
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