LOSSERVATORE

 Prospettive umane dell' 8 dicembre 2000

Edizione indipendente - tiratura in proprio

 Il primo numero

 Il secondo numero

 Il terzo numero
 

Editoriale
Ben trovati!
Inizia anche questo quarto numero. Quattro pagine di poesie e racconti,
scritte dai giovani poeti e scrittori della zona ,ma non solo. Quanti di voi
scrivano o amino leggere, sapranno senza dubbio quanto è bello condividere
questa passione con altri appassionati. Probabilmente è proprio per questo
che LOSSERVATORE continua ad esistere dall' epoca della sua umile prima
copia!
LOSSERVATORE si vuole proporre come una fanzine letteraria, non impegnata
tanto nel parlare di fatti locali, quanto più impegnata a far conoscere a
tutti, quello che la poesia contemporanea è, e pensa. Il giornale resta pur
sempre un modo di creare ponti tra chi scrive e chi legge, con il pretesto
di allacciare una biunivocità attiva tra le parti. Tutti potete partecipare
ad ogni numero, scrivendo e mandando le vostre produzioni alla redazione, o
scrivendo per dare una opinione, un consiglio. Ciò che conta è che si faccia
qualcosa, per sentirsi ancora di carne, per dare forma a quel lato della
persona, che rimane spesso chiuso e introverso, penalizzato fortemente dal
nostro stile di vivere quotidiano. Nelle prossime pagine troverete quindi,
spazio dedicato alla poesia e ai racconti, nella speranza di sortir in cor
vostro
benevolo effetto, auguro
buona lettura!
Nuotate anche nel sito WWW.STILELIBERO.ORG
mandate la vostra posta elettronica Losservatore17@hotmail.com
Indirizzo di posta cartacea: Marco Bolla, via G.Pascoli,24 37032
Monteforte VR
THUNDER
Thunder come lo scroscio di una cascata,
come il crollo di un castello di carte.
Il cambiamento s'avvicina e l'avventura
oscura dell'uomo ospite sopito
del proprio destino,
esprime il dubbio del domani.
(Trezza sull'Adda 02.02.01)

"La Felicità.sta in quello che si crede"
Gradatamente l'umanità scompare come il desio di parlar a persone nascoste o
a noi distanti, verso cui proviamo emozioni e sentimenti discreti e sinceri.
L' ombra oppressiva dell'impossibilità di comunicare direttamente e senza
alcun fraintendimento sbatte contro la realtà figlia dell' artificiale, che
si frappone tra noi e quel che vogliamo ottenere.
Vogliate scusare queste poche, per non darvi eccessiva noia, righe, ma era
solo.una dichiarazione
d' Amor talmente sottile da risultare priva di consistenza.
AH AH AH, mio caro Erasmo,
OH mia cara.
Quattro Quarti

CITAZIONI DEL GIORNO
Poi tutto l'incanto
si spezza, tutto quel mondo fantastico
svanisce, così bello , e mille cerchi
si diffondono, e ognuno deforma l'altro.
Sta lì, povero giovane, che appena osi alzare gli occhi! Ritornerà liscia la
corrente, presto le visioni torneranno.
Ed ecco, egli rimane, e subito i vaghi frammenti di leggiadre forme
tremando ritornano, s'aggregano,
lo stagno ridiventa uno specchio. (.)
Samuel Taylor Coleridge
da "Kubla Khan", 1797

(.) Sì: anche se la si consideri nei suoi riflessi personali, l'arte è una
vita sublimata: più profonde sono le gioie che largisce, ma consuma anche
più presto; nell'aspetto di coloro che la servono imprime i segni di
avventure dello spirito e della fantasia, e anche in un'esistenza da
cenobita finisce con l'ingenerare traviamenti, ipersensibilità, stanchezza e
sovreccitazioni nervose, né più né meno di quelle prodotte da una vita
dedita agli eccessi della passione e del godimento. (.)
Thomas Mann
da "La morte a Venezia", 1912

CIX. LA DISTRUZIONE
Incessante al mio fianco s'agita il Demonio;
mi aleggia intorno come aria impalpabile;
io l'ingoio e lo sento bruciarmi nei polmoni
e riempirli d'un desiderio eterno e colpevole.

Talora, sapendo il mio grande amor per
[ l'Arte
assume la forma della donna più seducente,
e, ricorrendo da ipocrita a speciosi pretesti,
avvezza le mie labbra a dei filtri infamanti.

Mi conduce così, lontano dal divino sguardo,
ansante e sfinito dalla fatica, al centro
delle distese di Noia, profonde e deserte,

e getta nei miei occhi pieni di confusione degli indumenti lordi, delle
ferite aperte,
e tutto il cruento apparato della Distruzione!
Charles Baudelaire
da "I fiori del male", 1861

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L'INESORABILE SOFFERENZA IDENTITARIA
Questa riflessione scaturisce da una e-mail pubblicata da "Losservatore"
nello scorso numero da Andrea di Monteforte. A questo vorrei riprendere un
libro letto poco tempo fa : "il fiore chiuso" Aa.Vv. Identità... dal latino
tardo identìtas drv di idem "medesimo". Ad Andrea viene detto: "o con i
preti o con gli impasticcati", due condizioni identitarie; o ti conformi o
non sei, non sei... chi ha detto che BISOGNA essere. La nostra società, il
nostro tempo è così aggraziato e libertario che ci da la geniale possibilità
di sceglierci la nostra celletta dove identificarsi. Identità significa
proprio questo essere identici a norme, leggi, stereotipi, ecc. E a chi non
va la celletta? Non perché è "alternativo" (ci sono innumerevoli cellette
anche per loro) ma perché ciò che egli effettivamente è comprende magari 10
cellette o forse nemmeno c'è la celletta adatta. Adatta, adatta... Se non si
adatta si dis-adatta... Disadattato... DISADATTATO.... Sofferenza. Facciamo
un piccolo salto indietro. L'adolescenza, ve la ricordate? Uno dei problemi
più gravi è che ci si sente disadattati, il mondo non ci capisce. Non vi
viene il plausibile dubbio che in questa fase dello sviluppo caratterizzata
da ideali, introspezione quando si scontra con il mondo degli adulti
scaturisce in sofferenza? Perché? Si può essere ciò che si vuole? E. M.
Cioran ha scritto: "essere vuol dire essere incastrati" Un ultimo quesito.
Perché gli artisti, i poeti, i letterati, i pittori spesso si sentono
disadattati? Soffrono anche, e dal pubblico che li segue sono considerati
strani.... strani rispetto a cosa, a chi? Perché si trova sollievo
nell'arte?
Perché sollievo? Il dizionario sollievo lo definisce: "alleviamento di un
dolore o disagio fisico, psichico o spirituale".
Forse...
Denis Dal Zovo

LA SCUOLA CHE VORREI
Poiché in questo periodo si discute tanto della riforma della scuola
italiana (quella che vogliono attuare, a mio avviso, lascia molto a
desiderare), anch'io voglio esprimere la mia idea, facendo riferimento alle
mie esperienze personali passate, dato che la maturità l'ho già conseguita
ormai da due anni e mezzo. Quello che mi piacerebbe è che la scuola fosse
più libera nella scelta delle materie da studiare di modo che un ragazzo più
incline verso una determinata materia abbia la possibilità di approfondirla.
Nel nostro sistema scolastico ciò non avviene: la scuola tende a premiare la
passività e l'obbedienza e poco la spontaneità e la creatività, e quindi le
inclinazioni di ogni singolo studente. Io, che marxista non sono, condivido
appieno alcune posizioni di due economisti neomarxisti americani, Bowles e
Gintis, i quali sostenevano che il sistema scolastico serve a perpetuare e
riprodurre il sistema capitalistico. Infatti, fra gli studenti e gli
insegnanti e fra questi e i loro superiori (presidi e provveditori) vi è la
stessa divisione gerarchica del lavoro esistente nelle aziende; poi
l'istruzione, come il lavoro, è divenuta un'attività puramente strumentale,
svolta non più per il piacere che dà o il senso di realizzazione, ma quasi
esclusivamente per ottenere premi (un bel voto a scuola, il salario al
lavoro) e per evitare spiacevoli conseguenze (bocciatura o licenziamento).
Inoltre, come nella società vi è una fortissima competizione fra aziende e
individui, allo stesso modo nella scuola viene favorita una stupida e
infruttuosa competizione fra studenti, che genera invidie e tensioni per
accaparrarsi il voto più alto, in quanto molto spesso quest'ultimo viene
ritenuto più importante delle conoscenze acquisite. Un esempio sono le
pagelline che vengono consegnate agli studenti a metà quadrimestre prima di
quelle vere e proprie. Infatti i professori sono costretti a correre per
interrogare, in maniera d'avere dei voti da inserire in questa inutile
pagellina. Così facendo viene data priorità al voto, ossia ad un numero,
piuttosto che alla conoscenza della materia, o comunque quest'ultima passa
sempre in secondo piano, ed è sbagliato: la cultura in quanto tale
dev'essere ricondotta al centro di tutto il sistema scolastico! Il voto è
importante ma non può essere considerato in modo assoluto un premio o una
punizione: deve poter dare un'idea delle conoscenze acquisite dall'alunno in
modo che, se non dovessero essere sufficienti, egli possa essere aiutato,
con l'obiettivo di colmare le sue lacune, e, di conseguenza, migliorare il
suo voto. Quindi, il voto, oltre a dare indicazioni, deve anche stimolare e
valorizzare le conoscenze. Spesso però gli studenti vengono tutti giudicati
con lo stesso metro di valutazione, e ciò secondo me è ingiusto. Le
valutazioni dovrebbero essere commisurate ai
diversi livelli di capacità, alle varie basi di partenza, alle diseguali
situazioni familiari e sociali. Il grande filosofo greco Socrate diceva che
"gli alunni sono fuochi da suscitare e non vasi da riempire!!". Tutti, a
partire dal ministro della pubblica istruzione fino ad arrivare ai
professori, dovrebbero essere consapevoli di ciò, perché questo è il
presupposto essenziale se si vuole realizzare una seria riforma. Santo
cielo, non si va a scuola solo per prepararsi ad un lavoro futuro, ma
soprattutto per il gusto di conoscere, imparare, sapere; la conoscenza
dev'essere qualcosa di gratificante che l'adolescente acquisisce per sé, per
la sua vita: non si studia per il voto o per il prof., ma per se stessi;
sapere tante cose può aiutare a vivere meglio e a risolvere parecchi
problemi che, ahimè, ogni giorno dobbiamo affrontare in questa nostra
complessa società. Marco Bolla

A.A.A. ALBERO CERCASI
Tutti ormai sembrano essersi dimenticati di ciò che accadde lo scorso
autunno. Dopo che su alcune zone d'Italia, soprattutto quelle del nord-ovest
tanto per citarne alcune, piovve ininterrottamente per giorni e giorni,
scattò l'emergenza ambiente. Solo dopo che molti paesi vennero invasi
dall'acqua e dai detriti scesi dalle montagne, ci si rese conto che, forse,
qualcosa si sarebbe potuto fare prima. Qualcosa di molto semplice, dettato
più dal buon senso che da altro. Ad esempio, non costruire dove non si può e
non abbandonare i boschi a se stessi. Curare i boschi non significa soltanto
tagliare le piante più vecchie per consentire lo sviluppo di quelle più
giovani, potenziando in questo modo la fotosintesi clorofilliana e di
conseguenza riducendo le concentrazioni di uno dei gas responsabili
dell'effetto serra (l'anidride carbonica). Non solo ridurre al massimo il
rischio di incendi durante i periodi caldi dell'anno e garantire per noi
stessi e per coloro che verranno un'aria più pulita. Una cura costante e
continua dei boschi permetterebbe a parte della pioggia di essere assorbita
dalla vegetazione e dalle radici, non andando così a riversarsi
completamente e repentinamente nei corsi d'acqua, con le conseguenze
immaginabili. Anche il sottobosco andrebbe tenuto sempre pulito, per evitare
l'impermeabilizzazione del suolo dovuta all'accumulo di fogliame e rami.
L'elenco delle emergenze ambientali non occupa poche righe, purtroppo, e ho
l'impressione che in molte altre occasioni future, le istituzioni e la gente
saranno chiamate ad affrontare situazioni di pericolo, dovute all'abbandono
dei boschi e delle montagne. Si tratta sempre, però, di re-azioni, cioè di
risposte ed interventi dopo il disastro. Perché non si inverte la rotta,
cercando anche di agire e non solo di re-agire? Una seria politica
ambientale dovrebbe puntare alla prevenzione, che non deve però restare un
concetto vuoto ed astratto, come spesso avviene. Da qualcosa è necessario
partire, pian piano i risultati arriverebbero, anche se a molti errori umani
non è più concesso porre rimedio (si pensi alle cementificazioni selvagge
delle città). Propongo di iniziare
considerando gli alberi, tutti gli alberi, come vitali e strettamente
necessari alla vita, e comportandosi di conseguenza. E consiglio un piccolo
libro di Jean Giono, da leggere come una pillola di speranza, dal titolo
"L'uomo che piantava gli alberi" (Salani).
Mik

MALA TEMPORA CURRUNT
Alla fine di Febbraio, una tragica notizia sconvolse l'Italia tutta: una
donna e suo figlio erano stati brutalmente uccisi a Novi Ligure. Dopo alcuni
giorni d'indagini, si addivenne all'autore, anzi, agli autori del delitto,
ovvero la figlia della vittima coadiuvata dal suo fidanzato. A tale incipit
certamente, non aggiungerò descrizioni macabre, e nemmeno mi tedierò i
lettori descrivendo qualche fantasiosa pena da infliggere ai due giovani, ma
la mia intenzione è porre l'attenzione sulla frequenza dell'assassinio per
motivi futili, che va diffondendosi nel nostro Paese. E', infatti, questo il
leitmotiv che lega gli omicidi di Novi Ligure con quello di Sesto Milanese
ed altri ancora che sono accaduti nella nostra penisola. Alcuni delitti sono
suggeriti da satana in persona (come se noi da soli non fossimo in grado di
compierli), altri dalla gelosia, in altri ancora il fine è l'eredità; fatto
sta che l'uccidere parenti o amanti è un evento sempre meno sporadico nella
cronaca nera qualunque sia il motivo scatenante. I prodromi, secondo il mio
punto di vista, stanno in una semplice e spesso banale parola: il desiderio.
Molto probabilmente è il desiderio che muove l'uomo in tutte le sue azioni,
ma ciò che connota questa gioventù è un desiderio marcio in sé, che corrode
fino a far dimenticare i vincoli di sangue: l'imperativo è tutto e subito,
siano i soldi, sia l'amore od altro, ma deve essere tutto e subito. Tale
"improbus amor habendi" nasce, si nutre e cresce accompagnato dalla mollezza
di una vita agiata, o quasi, che si poggia su di ideali e moralità che
troppo spesso di ideale e morale possiedono solo il suono delle sillabe
unite tra loro, di una vita poggiata sul disimpegno che non si limita ad
essere sociale, ma diviene un masochistico disimpegno alla vita, anche a
quella propria. Ritengo che pochi della nostra generazione, almeno in
Italia, possano definirsi poveri, anzi, quasi tutti hanno alle spalle una
famiglia che li sorregge: fin da bambini, se volevamo un gelato ne
ottenevamo due. Siamo una generazione, in fin dei conti, coccolata, un mio
anziano amico ci chiamò, scherzando con me, la generazione della Coca -cola;
per noi è naturale desiderare e, consequenzialmente avere. Desideriamo, ma
troppo spesso non siamo abituati a faticare per ottenere, ci spetta e basta,
tu devi darmelo. Mala tempora currunt, scrivevano i latini: quanta
attualità! Oramai molti della nostra generazione giudicano ciò di cui
necessitano e più l'oggetto è superfluo ad una vita dignitosa, più è
ardentemente desiderato. E' a questo punto che scatta il meccanismo
perverso, la molla malefica e foriera di morte. E la ragazza od il ragazzo,
qui completamente si attuano orrendamente le pari opportunità, reagiscono di
fronte ad un rifiuto o presunto tale. Non ci sono più vincoli di
sangue od
affetti di ogni sorta, la pulsione è una ed una sola. Il narcisismo, il mai
sopito desiderio di prevaricazione, la necessità viscerale di ottenere ciò
che ci viene negato, sono il metro, i millimetri dell'azione. Non vi sono
altre vie d'uscita per soddisfare tale individualistico narcisismo se non
distruggere chiunque o qualunque cosa si frapponga. Non c'è una legge morale
l'affetto per la vita, a meno che non sia la propria. Con ciò non voglio
insinuare che saremo tutti degli assassini o, peggio ancora parricidi o
fratricidi, ma vorrei condividere, con chi avrà la pazienza e la gentilezza
di leggere queste righe, il tarlo che mi perseguita: anche in me, nei
recessi più remoti ed oscuri del mio animo, sta sognando la bestia? Questo,
certamente, è un problema della nostra brutta società, lo dicono tutti,
però, chi sono le cellule che compongono tale mostro sociale, se non noi
stessi? Incolpiamo, in un inutile intento catartico, un soggetto a noi
estraneo, un orrido essere che è la società, senza renderci conto che ognuno
di noi, per il solo fatto di esistere, è anch'esso il demiurgo di esso.
Nicola Biondaro



LE CASE

Un mattone sopra l'altro, per costruire muri, quanto spessi poi non si sa.
Ma perché dividerci da questi muri? Sempre più alti, insormontabili a volte,
forse creati dall'immaginazione ma così reali come questo foglio. ... E le
porte, l'unica via d'entrata e via d'uscita verso un mondo ignoto: è meglio
la sicurezza o la novità? E i vetri, un velo ingannatore che ci fa scorgere
"l'oltre" ma non ci permette di raggiungerlo, ci porge la vita ma non ci
permette di viverla. Di quanti vetri è composta la nostra esistenza? Ma
perché ostinarci a costruire vie di fuga quando non ci decidiamo ad entrare?
. e perché sempre scappare da noi stessi inseguendo i nostri fantasmi. Ma
dove stiamo vivendo? Forse in un mondo idealizzato fatto su misura per noi,
coperto di vetri e porte che non si aprono mai? E la soglia: l'inizio o la
fine? Dove inizia una cosa necessariamente ne finisce un'altra; che triste
realtà!! Che cosa allora siamo disposti a far terminare per accedere ad una
nuova realtà. Ma in fondo sta a noi la scelta? Siamo veramente liberi di
decidere ed agire, o dobbiamo solo accettare le cose che ci accadono?
Sabrina & Carolina

UNA CITTA' PER TUTTI

Il gruppo "Una città per tutti" nasce circa un anno fa dall'intersezione di
diverse associazioni giovanili (gruppi parrocchiali, commissione giovani,
associazioni sportive e di volontariato). Per la prima volta abbiamo unito
realtà differenti, a volte conflittuali e, grazie anche al contributo della
nostra coordinatrice Loretta Tononi, siamo riusciti ad appianare le
difficoltà nei rapporti e ad operare in maniera costruttiva. Sino ad ora
abbiamo promosso diverse attività ricreative e culturali, quali "Follie
d'estate" nel giugno-luglio 2000 e due pomeriggi sportivi nell'inverno 2000.
Ci riproponiamo nel marzo
2001 con lo spettacolo teatrale "Grande Famiglia" rappresentato dalla
compagnia lupatotina "I soliti ignoti". Ringraziamo i parroci di Monteforte
e Costalunga e il sindaco di Monteforte per il loro sostegno. Ci auguriamo
di proseguire il nostro lavoro coinvolgendo nuovi gruppi e nuove persone,
invitiamo tutti a segnalarci idee, proposte e critiche.
I giovani di "una città per tutti"
Per comunicare con noi: brandiele@mbservice.it
..................

.E TUTTI NOI INCONTREREMO PACH
Pach cominciò a chiudere e aprire gli occhi ripetutamente, come in uno stato
confusionale, ed in quel gesto, Pach non notava alcuna differenza: il buio
era calato dinanzi a lui, distruggendo tutto quello che gli aveva costruito
attorno. Pach era sveglio, ma non se ne rendeva conto; comunque quello che
importava, in quegli istanti, era che lui si sentiva libero come il fumo di
quella sua ultima paglia, che inesorabile saliva disordinatamente seguendo
una meta inesistente, per poi disperdersi, scomparire o più semplicemente
nascondersi. Pach non aveva mai avuto paura del buio, ma il buio che adesso
vedeva era diverso dagli altri, perché quel buio era dentro la sua testa;
quel buio, in realtà, non era.
Beh adesso, se incontrate Pach, guardatevi bene attorno, perché potrebbe
voler dire che forse anche voi, vi state svegliando.
Il Capo

JOELE SELVAN E IL CASO DI
PORT HILLSEA
Port Hillsea finisce col mare e inizia col versante sud di RockHellIce
Montain. Lungo quella valle c'è chi giura di avere visto più di qualche
volta, accadere fatti misteriosi e inspiegabili. Tutti i testimoni, le
comari e le voci della cittadina, sono concordi nell'attribuire a Joele
Silvan, la responsabilità del mistero di Port Hillsea. Il mistero di cui si
parla è legato alla sparizione misteriosa di Artur J. Coleman, avvenuta nel
lontano 1953, durante una battuta di caccia che stava impegnando diversi
uomini della cittadina. Al tempo, Coleman, era famoso per la sua peculiare
mania religiosa che lo aveva portato a diventare anche Pastore della
cittadina di Port Hillsea. All'epoca di quella sparizione, Joele, aveva
circa 17 anni e le stranezze che lo dipinsero in seguito come un demonio in
carne ed ossa, avevano già avuto occasione di manifestarsi durante la sua
infanzia. Non erano rari i casi di galline sgozzate e cani mutilati, pozze
di sangue davanti l'ingresso del campo santo e orribili graffiti sul muro
esterno della chiesa; e c'era chi giurava ogni volta che il ragazzo era
invischiato in un modo o nell'altro con quelle inspiegabili e macabre
situazioni. Ma il vero sospetto verso la malvagità del piccolo Joele trovava
adici forse, ben più profonde dei fatti visibili. La madre, Eleonor Tolk,
non era sposata e la natura del padre non era nota a nessuno se non, forse,
alla sola madre di Joele. Eleonor era una donna decisamente strana, schiva e
riservata, di una parvenza poco gradevole e molto mascolina. I pescatori
raccontano che, nelle giornate di burrasca, è lei l'unica ad uscire in mare
e, con la vecchia carretta, si spinge fuori dal molo forse per pescare
chissà quale pesce o demonio. Proprio a questo fatto, è legata la fantastica
storia di un pescatore che giura di aver visto Eleonor, trasmutare in un
orribile creatura, simile ad un Demonio del mare, mentre stava uscendo al
largo in un giorno di violenta burrasca. Attorno a queste storie, rimane il
fatto reale della misteriosa scomparsa di Artur J. Coleman e, in seguito,
della sua piccola figlia Olga di appena 6 mesi di vita. Il giorno di quella
sua ultima battuta di caccia, Colemn stava camminando nel bosco quando il
fedele cane Ulch iniziò ad abbaiare fortissimo. I testimoni riferirono lo
sgraziato verso del cane che sembrava essere come stretto alle viscere in un
dolore lancinante. Poi le urla di Coleman e i terribili versi uditi come il
ruggito ovattato di una belva della savana. Sulla base di queste
informazioni e di altre frammentate testimonianze, io e Jimmy Book, due
modesti giornalisti di un quotidiano locale, iniziammo le ricerche di
notizie precise, essendo stata riportata alla ribalta della cronaca, questa
storia, da recenti fatti accaduti nella cittadina. Secondo le denunce del
vecchio Pastore 85enne della comunità, Erman Cobain , successore dello
scomparso Coleman, la chiesa, sembrava dovesse essere posseduta da una
presenza Demoniaca che, secondo il Pastore, si esprimeva in tremendi e
agghiaccianti fatti: il crocefisso dell'altare orribilmente sfreggiato,
l'acqua santa tinta di un liquido parvente sangue, le macabre voci surreali
che si potevano udire in certe notti e provenienti dal buio della chiesa
vuota, inneggianti chissà cosa in una lingua di assonanze latine, e tanti
altri misteriosi fatti. Tutto ebbe inizio con il tanto discusso funerale di
Joele Selvan. Il vecchio, povero in canna, non aveva neppure un soldo per la
propria sepoltura e, visto la diffidenza del paesotto verso l'individuo, il
Pastore decise di spesare le incombenze tecniche del caso per donare giusta
sepoltura al vecchio. Durante la cerimonia funebre, e la chiesa quasi
deserta, un temporale fortissimo aveva colpito la zona, e nessuno aveva mai
visto cadere dal cielo tanta acqua come in quel giorno, Le operazioni di
sepoltura furono rimandate e la bara con il corpo di Joele, fu sistemata
nella piccola cappella adibita a camera ardente, del cimitero comunale di
Port Hillsea. La pioggia non sembrava dare
segni di smettere, tanto che la preoccupazione delle genti, per l'acquitrino
che si stava formando in tutta la cittadina, si stava ripercotendo sulle
autorità. Quella sera., verso le 20, i tombini delle strade, oltre che a non
assorbire più una goccia d'acqua, iniziarono a rigettarne all'esterno,
verso le strade e le case. E fu proprio in quella indimenticata notte che il
Pastore sentì per la prima volta le voci demoniache provenire dalla chiesa.
Ora, io e il mio collega, avendo fiutato un grande tema da notizia, ci
eravamo fiondati alla ricerca di notizie più concrete che ci permettessero
di scrivere un grande pezzo, che si sarebbe sicuramente prolungato a lungo
nel tempo. Affrontai il fatto con atteggiamento scettico e convinto che si
trattasse di un insieme di colorite fantasticherie paesane, e coincidenze
strane. La prima cosa che ci preoccupammo di adempiere, fu quella di
organizzare un incontro con il Pastore della comunità. Fu molto disponibile,
Erman Cobain, il Pastore. Ci trasmise la sua agitazione, la sua preoccupante
e incredibile versione dei fatti. Io e il mio collega, restammo scossi dalla
veridicità e dalla lucidità di quell'uomo e dalla sua storia inverosimile ma
cosi inquietante da lasciare un sentore di reale orrore. Il Pastore era
sicuro che quelle voci che udiva e che aveva fatto sentire anche al
sacrestano, appartenessero in qualche modo al precedente Pastore, Artur J.
Coleman. Cobain era sicuro di avere udito anche il pianto storpio di una
bambina.la figlia Olga? Cobain ci disse di aver capito che Coleman doveva
aver conosciuto il vecchi Joele Selvan, e con lui doveva avere avuto qualche
misterioso rapporto. Ora, la recente morte del vecchio doveva avere riacceso
qualcosa di nascosto o di sepolto, dalla sparizione di Coleman e della
figlioletta. Certo, il Pastore aveva la sua versione dei fatti che per
quanto assurda, poteva essere considerata, nel caso si volesse dare
un'impronta di mistero alla storia, e quindi creare un presupposto per un
ottima New, ma c'era qualcosa che fermava me e il mio collega . Alcuni
giorni dopo, in una giornata di sole magnifico, io e Jimmy ottenemmo il
permesso di consultare gli schedari della Polizia, per raccogliere notizie
sulla sparizione di Coleman e della figlioletta e la sera stessa, ci eravamo
accordati con il Pastore per dormire nella sacrestia della chiesa, e tentare
di sentire quelle famose voci Demoniache. Il sergente Wilborn ci portò i
rapporti relativi al caso Coleman e alla figlia .un malloppo inverosimile di
scartoffie, per lo piò raccolta di testimonianze e di indagini disparate e
spesso senza un criterio preciso. L'impressione netta, leggendo quegli atti,
era quella della completa assenza del ben più che minimo sospetto verso un
movente, un sospetto o una idea anche vaga di quello che era successo. Il
corpo mai trovato, come quello della piccola Olga, l'assenza di una
testimonianza valida e la completa confusione sui fatti sembravano essere
ostacoli insuperabili per le indagini e il caso era assolutamente
incomprensibile. Nel pomeriggio, io e Jimmy, andammo nel bosco dove, circa
55 anni prima accadde la sparizione di Coleman alla ricerca di un qualcosa
che ci potesse suggerire una pista verso la risoluzione di quel mistero
vecchio di decenni. Il bosco era molto selvaggio, quasi trascurato
completamente e lasciato a sé stesso. Solo un sentiro lo attraversava,
portando alle campagne della vicina città di ValleGraal.
(Continua nel prossimo numero de LOSSERVATORE) Guido

 
 

SPERANZE

1 <<Basta, sono stufo!>> esclamò Roberto a voce alta gettando con
disprezzo il libro dii diritto sulla scansia dove teneva tutti gli altri.
<<Se domani il prof. m'interroga, amen! E' una settimana che sono chiuso in
casa a studiare fino a tarda sera. Porca miseria, un po' di libertà ci vuole
adesso!>>.
Accese la radio ed inserì il cd dell'ultimo album musicale di Frankie
hi-nrg mc che s'intitolava "La morte dei miracoli" ed ascoltò la canzone
numero otto: "La cattura". Anche Roberto provava la stessa sensazione
descritta nel testo di Frankie. Difatti si sentiva solo e braccato come un
cane e la sua angoscia, simile ad un tacco a spillo, saliva pian piano
dentro di sé e gli bucava il cuore facendoglielo sanguinare; e ancora come
Frankie pure Roberto percepiva sguardi ostili d'animali affamati di terrore
che lo scrutavano, e ogni giorno lo azzannavano continuamente e sempre più
tenacemente in un sadico gioco. Infine anche lui si sentiva un piccolo topo
indifeso in una società di gatti affamati.
Intorno a sé vedeva un sacco di gente in corsa alla ricerca del
successo, della carriera, dei soldi. Per Roberto era una specie di lotta per
la supremazia nella quale il debole era costretto a farsi da parte; e il
debole poteva essere anche la persona più saggia di questo mondo, ma se non
aveva la forza di combattere per far vedere agli altri tutto quello che era
e sapeva fare, altro non gli rimaneva che soccombere.(Darwinismo sociale lo
avrebbero chiamato questo modo di considerare il fenomeno sociale nel secolo
scorso). Poi, per soddisfare i suoi ambiziosi e crescenti desideri Roberto
era convinto che l'uomo occidentale rendesse
sempre più copiosa l'ingiustizia a causa del sempre maggior divario tra chi
ha e chi non ha, tra il potente e il povero. Inoltre anche le imposizioni,
cioè il dover fare per forza determinate scelte, aumentavano in quanto, come
diceva Frankie in "Quelli che benpensano":<<...quel che hanno ostentano,
tutto il resto invidiano, poi lo comprano, in costante escalation col vicino
costruiscono...>>; quindi o si continuava ad avere o automaticamente si
veniva esclusi dal gioco.
E Roberto si sentiva proprio un escluso, forse più per il suo
carattere incline alla solitudine che per una sua vera e propria scelta.
Anche la scuola Roberto vedeva in questi termini. Secondo lui, e non
solo, anche nell'organizzazione scolastica era diventato più importante il
voto che il sapere in se stesso; cioè il fine dello studio non era tanto la
cultura che si acquisiva, ma il diploma. Quindi la cultura per Roberto stava
diventando un mezzo di promozione sociale e non qualcosa che poteva
arricchire l'individuo. Questo Roberto non l'accettava e a questo tipo
d'intendere la vita e le cose non voleva assolutamente abituarcisi; anzi,
avrebbe voluto gridare a tutti questa sua disapprovazione, ma il suo animo
era continuamente tormentato poiché era spinto da due forze opposte. Da una
parte , infatti, egli era portato a stare per conto proprio, da solo,
lontano dal mondo, dall'altra invece avrebbe voluto stare in mezzo agli
altri per far conoscere a tutti le cause del suo disagio in modo da
eliminarle giacché era convinto che non fossero solamente le sue; insomma,
se da una parte amava la solitudine e la riflessione, dall'altra voleva
cambiare il mondo ed agire concretamente.
E fu appunto per questo che Roberto si avvicinò ad un aspetto della
cultura hip-hop, la musica rap, nata all'interno dei ghetti neri americani
come alternativa allo spaccio di droga e alle guerre fra le bande rivali e
come modo per uscire dall'emarginazione sociale a cui quella gente era
inevitabilmente sottoposta. Già da un anno Roberto con altri due suoi amici,
Andrea e Marco, aveva creato un gruppo rap, forse più per gioco che per vero
e proprio impegno: infatti aveva partecipato a pochissime jam. Roberto e gli
altri si trovavano a fare delle prove ogni sabato pomeriggio, però oggi era
giovedì, non sapeva cosa fare ed era già stanco di quella vita fatta di
imposizioni.

Senza pensarci troppo Roberto corse al telefono e chiamò Andrea per
vedere se era libero da impegni per suonare un po'.

<<Pronto?>>
<<Ciao Andrea, sono io, Roberto. Se sei libero, cosa ne dici se ci
troviamo per fare qualcosa, magari un po' di freestyle?>>
<<No, non possiamo. La roba è a casa di Marco e oggi è giovedì e
quindi non c'è perché resta a scuola tutto il pomeriggio, e poi non ne ho
tanta voglia. Se invece andassimo a fare un giretto al parco, tanto per fare
quattro chiacchiere?>>
<<Sì, ok! Facciamo alle quattro e mezza?>>
<<Va bene, ci vediamo là fra poco.>>
Alle mezza in punto Roberto giunse al parco in motorino e trovò Andrea
in piedi che stava parlando con Davide e Luca, due loro amici, i quali erano
seduti su una panchina all'ombra di una pianta.
<<Ehi, come va compari?>> chiese Roberto allegramente e in modo
scherzoso unendosi al gruppo.
<<Si tira avanti!>> risposero gli altri.
<<Sapete perché l'arancia non va mai a fare la spesa?>> continuò
Roberto.
<<No!>>
<<Perché manda-rino!>>
<<Ma va a cagare!>> gli rispose Luca sorridendo. A Roberto, infatti,
quando era in compagnia, piaceva scherzare oraccontare qualche stupidaggine
per far ridere un po'.
Davide invece, dopo essersi alzato dalla panchina, gli dette una pacca
sulla spalla. Andrea allora colse l'occasione per chiedergli una sigaretta.
Davide estrasse il pacchetto dalla tasca dei pantaloni, prese una sigaretta
e la porse ad Andrea, che se la portò immediatamente alla bocca; poi gliela
accese.
<<Grazie!>> disse Andrea rivolgendosi a Davide.
Un momento dopo Roberto e il suo socio salutarono Luca e Davide e se
ne andarono a sedere da un'altra parte.
<<Sai, stamattina andando a scuola, sul treno, ho conosciuto due tipi:
uno era writer e l'altro breaker. Mi hanno detto che fanno parte di una crew
che si chiama MOD. Poi mi hanno detto che in genere si trovano sempre tutti
in città, davanti all'edificio delle "Generali".>> disse Andrea.
<<Erano tipi simpatici e seri, o i soliti fighetti che ci sono in
giro?>>
<<No, per me sono forti. Il writer si chiamava Stock e il breaker
Fumo. Stock mi ha mostrato lo schizzo di alcuni disegni che aveva fatto su
dei fogli di carta: per me il tipo ha veramente stile! Non credo poi fosse
italiano perché aveva un accento strano. Cosa ne dici se magari sabato
pomeriggio, invece di fare le solite prove, andiamo col treno in città per
conoscere un po' di questa gente?>>
<<A me va bene.>> rispose Roberto e poi proseguì:<<Sai, mi pare che tu
non sia più preso tanto come prima con la storia dell'hip-hop.>>
<<Ma!>> esclamò Andrea gettando la sigaretta per terra, dopo aver
fatto l'ultimo tiro, e continuò:<<Mi sembra che all'interno della scena
ormai tutti vogliano essere al centro dell'attenzione, tra le varie crew ci
sono continuamente scazzi; gente che gira con braghe stralarghe con fare da
grande. Insomma, pare che l'hip-hop, almeno qui da noi, si stia allontanando
dal suo essere prima di tutto una cultura, per diventare pian piano una
moda.>>
<<Hai ragione, anch'io la penso come te. Su Aelle ho letto
un'intervista fatta ad Afrika Bambaataa, il fondatore della Zulu Nation. Un
consiglio che dava ai b-boy italiani era quello di essere pensatori e non
zombi. Affermava che nel mondo c'è il male che vuole controllare la nostra
mente, noi invece dobbiamo usare la nostra mente per pensare e combattere
per ciò che è giusto e per conoscere la verità. Poi diceva che la comunità
hip-hop in Italia farebbe meglio a leggere alcuni libri che trattano di
attualità per capire meglio cosa stia succedendo nel mondo e nel nostro
paese. In fondo la Zulu Nation è un'organizzazione nata, oltre che per
difendere e divulgare l'hip-hop, anche per contrastare il male con la pace,
l'amore e l'unità tra le persone. Ma come si fa a farlo se ci sono b-boy che
affermano di essere più hip-hop di altri, fino ad arrivare ad una vera e
propria conflittualità? Ma!>>
Così Roberto ed Andrea tennero una lunga conversazione su questo
argomento che durò più di mezz'ora, dopo di che si misero d'accordo di
trovarsi sabato alla stazione per prendere il treno delle quindici e trenta
per andare in città e ritrovare i due componenti della crew che Andrea aveva
conosciuto.
CONTINUA. (nel prossimo numero) Marco Bolla 10/98

NOTTI FIORENTINE

Il sapore primordiale di una grossa bistecca speziata con cura, l'aspro
gusto di un buon vino veronese - rosso ovviamente -, così si apre il sipario
della notte. Dibattiti infiniti tra i tre commensali, e l'atmosfera prende
strade sempre più elevate.
Il gioco di sguardi si fa complice della parola, sorrisi e smorfie
interpretano i concetti... Tutto quello che non è virtuale.
Si sono fatte le 11.30, il pacchetto è finito, entro in camera, ne apro un
altro e metto il lungo cappotto nero, è una sera fresca questa. L'autista mi
vede ma parte ugualmente lo stronzo! Aspetto ghignante e mi accendo una
sigaretta.
Dal mio unico posto guardo i passeggeri dell'autobus, volti tesi e risate
scroscianti,
carezze innocenti e solitari destini.
Il pub è affollato, mi faccio strada comunque, il barista mi vede e senza
parlare, guardandomi, prende il solito bicchiere lo riempie fino all'orlo di
birra, lo sbatte sul vecchio bancone di legno: serata movimentata vero? Lo
guardo, gli faccio un sorriso e pago la quota per l'ebbrezza. Mi sento
toccare la spalla, trentadue denti coperti dalla folta barba mi salutano,
Marco, allora? Tutto bene? Ci sediamo al tavolo con i suoi amici: Un
infermiere dal passato violento, una infermiera comprensiva, un
universitario a vita.
Attacca il nuovo brano con un blues lento, lentissimo, il sax sembra possa
far vibrare anche il cuore più gelido e ci lasciamo trasportare da quel
gioco di luci. Lello fanne altre cinque e segna sul mio.
Intanto la poesia di De Andrè ci mette seri e partono come torrenti discorsi
eruditi. Questi universitari, quante parole hanno e vogliono. Il gruppo è
aumentato, ci si stringe sempre di più, ognuno apporta la sua esperienza, i
suoi studi, ciò che è! I concetti si sviluppano, mutano in continuazione, si
evolvono come bimbi che stanno crescendo.
Mi alzo, vado in bagno e poi al bancone, sorseggio un'altra birra e guardo
questo piccolo popolo impegnato, vivo. Questi luoghi sono strani,
l'atmosfera che si crea va al di là del consueto vivere, ognuno porta dentro
da quella porta un aspetto, una richiesta. L'immaginario si fa reale,
incessante, provocatorio.
Piccoli spazi, piccole sfumature di una vita irrompono maestose, unitarie
come se in quel momento fossimo solo quello che ci va di essere.
Una ragazza ad un tavolo mi guarda, io accenno ad un sorriso e...
Le strade di notte a Firenze sono deserte, vaghiamo come fantasmi tra il
duomo e gli Uffizi, ai lati si ergono imponenti le stanze dell'arte, i
passi, le voci si disperdono in un eco millenario. L'Arno fa da sfondo al
Ponte Vecchio mentre la luna si riflette dolciastra sull'acqua che scorre
lenta, uno specchio che morbidamente riflette le luci di una notte, una
notte fiorentina.
Denis dal Zovo

SOGNI IN UNA GIORNATA COME TANTE
[.] I sogni che ogni notte occupano invadenti la mia mente sono popolati da
vecchi folletti senza più la curiosità di spiare il mondo, da fate con le
ali bagnate da lacrime amare che non permettono loro di volare, da sirene
senza più voce per incantare i passeggeri stanchi e nostalgici.
La maggior parte delle volte mi ritrovo a
camminare da sola in mezzo ad un bosco dimenticato dalla natura e popolato
da personaggi misteriosi, o fin troppo ben conosciuti, sopravvissuti allo
scorrere del tempo.
Incontro un trovatore provenzale d'altri tempi seduto su un grande albero
che le intemperie hanno a lungo provato. Il suo possente tronco è talmente
piegato che una lieve brezza sarebbe sufficiente per farlo precipitare nel
burrone che perennemente osserva dall'alto. Le sue radici, nonostante siano
lunghissime e ancora ben piantate nel terreno, sono esposte anch'esse alle
crudeltà dell'aria, non più protette dal calore materno della terra.
Ed Egli se ne stava lì, ad un passo dal passato conosciuto ed amato e dal
futuro ignoto e sperato. Il presente lo soffoca, lo confonde, la paura
circonda il suo corpo. La sua casacca a righe rosse e verdi è ormai
sbiadita, e gli stemmi dei feudi nei quali è stato ospite per incantare il
pubblico cortese sono ormai un ricordo lontano, troppo lontano per i suoi
occhi accecati dalla solitudine. Le corde del suo mandolino sono ormai
arrugginite e il suo cuore è privo di novelle da raccontare: mai più una
donna potrà sognare quell'amore puro, disinteressato e impossibile, che egli
cantava con calore.
"Perché sei così triste" gli chiedo "Perché il tuo cuore non riesce più a
raccontare storie d'amore per incantare le persone che ti incontrano?"
"Perché sono un ricordo di un passato che non può più rivivere, intrappolato
in un presente senza futuro".
La mia attenzione è poi attirata da uno strano personaggio che appare
improvvisamente davanti alla mia vista. Si tratta di un signore con la
bombetta e un lungo cappotto nero dall'aria indaffarata. Ha la mano destra
occupata da un cellulare: sta sussurrando dolci parole alla donna amata,
oppure sta discutendo di un grosso affare con un cliente, o forse non sta
parlando con nessuno, mentre nella mano sinistra tiene ben stretta una
valigetta da lavoro che custodisce il suo cuore. E' arrivato senza preavviso
dal cielo, proprio come molte opere d'arte, ed ora sta precipitando
velocemente in basso, giù, sempre più giù, verso le profondità della terra,
dove verrà per sempre dimenticato. Assomiglia a una delle decine di uomini
dipinti in "Golconde" di Magritte, la cui riproduzione era stampata nel mio
libro di francese delle superiori. Al contrario di come appariva nel quadro
insieme a tutte le altre figure uguali a lui, nel mio sogno l'uomo non
saliva verso l'alto e il suo viso non aveva forme.
Camminando lungo un sentiero ghiaioso che procede seguito da un
ruscello
dall'aspetto non molto diverso dal suo, giungo ad una vecchia casa
circondata da querce millenarie. Appena la vedo un senso di inquietudine e
desolazione invade il mio corpo e non riesco a capirne il motivo.
Osservandola attentamente ho l'impressione che assomigli molto alla casa
dove sono nata. Era una casa piccolina, di un tenue giallo, circondata da un
giardino che in primavera emanava un intenso profumo grazie ai suoi mille
fiori, e d'autunno i colori variopinti dei suoi alberi davano un senso di
dolce accoglienza in attesa del freddo inverno. Tutta la casa emanava calore
e gioia. Quella che invece appare ora davanti ai miei occhi ha i muri feriti
da crepe insanabili e il giardino invaso da erbe selvatiche. Il legno delle
persiane è marcio e pieno di tarli e le querce che la circondano impediscono
al sole di riscaldarla. Da un tempo indefinito i suoi abitanti se ne sono
andati per raggiungere mete ignote.
La porta è aperta e la mia curiosità mi spinge ad entrarvi. Dopo aver
attraversato un corridoio freddo e buio entro in una stanza; in uno dei suoi
tre angoli c'è un camino nel quale sta ardendo della legna. In una poltrona
piena di tagli dai quali ne esce della lana, è seduto un coniglio dalle
proporzioni anormali che sembra avere cent'anni. Mi ricorda il coniglio di
"Alice nel paese delle meraviglie" ma, al contrario di quanto accade nella
favola, egli non scappa appena mi vede e le lancette dell'orologio che porta
nel taschino non suonano più il loro eterno tic-tac. Lo guardo
sconcertata:"Benvenuta nel paese delle meraviglie che l'ignoranza e la
diffidenza hanno corroso...".
Mille altri personaggi incontro in questo mio cammino disperato: in una
tenda colorata, miniatura dei tendoni da circo, un mago con una lunga barba
grigia fissa una sfera che non dà più immagini, solo un colore cupo e tetro
invade il suo interno; un vecchio ubriacone vissuto durante la Rivoluzione
Francese suona con la sua fisarmonica una mesta melodia che si diffonde
sconfitta nello spazio circostante. Tutto ad un tratto una paura mi assale,
ho la sensazione che qualcuno mi stia seguendo, e comincio a correre
freneticamente, accompagnata da una canzone degli Stone Temple Pilots. Il
suo ritmo e il suo volume crescono continuamente d'impetuosità, mentre corro
sempre più velocemente e piena d'angoscia, tanto che non riesco quasi più a
vedere ciò che mi sta davanti e il respiro sembra tradirmi.
La canzone, proprio nel momento in cui sono ad un passo dalla morte, esplode
in un ritmo tranquillo e liberatorio. Mi ritrovo poi distesa in un prato,
cima di un dirupo
che precipita nell'oceano, mentre un cielo infinito sovrasta il mio essere.
Chiudo gli occhi e una emozione bellissima rapisce i miei sensi: nessun
pensiero percorre la mia mente e le mie membra potrebbero essere paragonate
alle onde tranquille del mare. Alla fine sono sospesa nello spazio infinito,
circondata da stelle lucenti e calorose.
A questo punto in genere mi sveglio e la fredda realtà quotidiana si
presenta nuovamente davanti ai miei occhi. [.]
Lola

 
 

 

 FALENE

Dimentico il corpo
nel canneto di bambù
del giardino in agonia

e mi risponde un salmo
di canne oscillate dal ponentino.
Vorrei sentissi anche Tu!

Notte di falene e diamante
ogni colore muore
sul fondo della gola

Le parole hanno
ammainato il bianco
senza dare suono.

Senti?
(S)cripta

FORSE UN VECCHIO

Nella bombasa della nebbia
come vapor latteo,
lasciavo intingere l'anima;
nulla intorno. ch'io vedessi.

E così dal bordo ombreggiato
nel mio cuore
dal calduccio del caminetto,
si alzò un po' d'Amore solingo.

Visto la triste aria di quegli occhi
il vecchio Amore con la coperta
[sulle spalle
allungò una mano callosa
sul viso di quella bambina.

Ed eccovi un bagliore
come il riflesso sui gigli
la mattina tiepida.
Il vecchio rinato, si risedette
all'angolo nel cuore mio,
e la piccola con me
sullo scalino di casa.
G. Bianchini

 

MORDE, LA NOTTE, AI FIANCHI

Fedele amante è la notte
fresca eroina e consiglio dell' ardite
nostre imprese.

Morde ai fianchi e incide fondo
e scioglie nel sangue nostro
l' irresistibile curaro del poeta.
E' l' antidoto che riscatta i pover '
[uomini.
Soffoca il mortale respiro del giorno.
Ecco l'inebrio rapitore
nuova folgore nell' animo.

Il miele della notte ci spoglia
noi di quelle nostre consumate idiozie.
Noi si narran fiabe e poetiche d'
[istante
Eccovi dunque
la poesia d' un' alba che ritorna
dopo l' amore d' una notte intera
poesie assonnate si dissolvono
sbadatamente
nel respiro fresco del mattino
G.Bianchini

LOAIN MAIS DANS LE COEUR

La polvere si alzava col tramonto rosso
il vociare e la confusione, delle donne
[grosse
con le braccia conserte, al seno discinto.
La brocca cara, d' acqua e terra.
Il calore secco, nell' animo
l' aria calda, che porta in alto il respiro.

Tutto visto dall' occhio immenso, di un bimbo
dietro un lento baobab
sotto un cielo, grande come dio
nel sonno, di madre Africa.
G .Bianchini

GLI ATTIMI DEL RITORNO
Cade lieve e sognante
la passione di un attimo,
come estati vissute appieno
dopo un prigioniero inverno.
L'edulcorato re-incontrarsi.
I pensieri
simili a primavere tra i fiori di un
[ albero
si schiudono ad odori passati
eppur ne sento il vivo profumo.
Giovane cantautrice del mio destino

appari densa e vivace
ma nel giorno frammentario scovo
[ lune,
lune dopo il tramonto.
Spasmi di interrogazioni,
di vacillanti insicurezze.
Mi lascio trasportare nei sentieri più
[ impervi,
adorno di folgoranti e dolci rifiuti;
nel mio cuor si muove
e tralascio ciò che fingendo amavo.
Una carezza, un semplice e
[ coinvolgente sguardo
mi lascia di nuovo, vino vuoto,
ad un qualsiasi cospetto.
D. Dal Zovo

IL RIPERCUOTERSI
Incessante
radente
permissivo
d'abbandono e riconquiste mi nutro.
Il male dell'anima
che intorpidisce ed ingrigia
come fiume verso il mare.
egli appar virginale al nascere
ma nel suo morir
di scorie inonda il vasto e triste mare.
Evaporano l'acque
e ritornano cristalline
per morir di nuovo nel marcio
[ reinmettersi.
D. Dal Zovo

LA PRIMULA NASCOSTA

Ho trascorso lunghi pensieri
[ cercando di strutturarmi in
un intero coerente
in cui le sfaccettature assumessero
[ una valenza di contorno.
Ho impiegato complessi pensieri per
[ assoggettarmi un'unica identità.
Ho tralasciato lati profondi del mio
[ essere per l'incompatibilità
con una figura alla quale tendevo.
Ho mentito, negato, illuso
per trovare rinforzi a questo essere
[ che la mia totalità rifiutava.
Ho ricercato la coerenza nell'illusione
[ che sia saggezza.
Mi fermo, respiro, guardo l'intierezza
[ che non ancora offesa,
rimane in me.
Assaporo l'odore di una primula,
era li immobile, piccola, nascosta
[ all'ombra dell'increscioso;
sui petali la mia storia, la mia vita,
il mio nuovo futuro.
D. Dal Zovo

PARADOSSALE CREDERE
Con artigli scalo le vette
e nella rarità di un fiore
do il senso alle fatiche di una vita
cogliendolo e mostrandolo al mondo.
L'eroe che ha saputo strappare la
[ bellezza
per farla morire occidentalmente
tra le sue mani stanche.
D. Dal Zovo

LA SCELTA

Lo sguardo mobile
si volge inesorabile al sentiero
[ calpestato,
attimi di imprudenza
mi hanno sollevato al luogo in cui
[ vago e vinco.
Non è il passaggio tortuoso
che frena
ma la lucentezza della limpida strada
che offusca i fiori più belli
al di la della cortina. D. Dal Zovo

L'ANTISOCIALE DEL CORPO
Invadente straniero
sul comune vivere,
esigi violento ciò che è aberrante,
mi trascini in pensieri diabolici
come una barca contro la corrente.
Inappropriato maleficio:
non ti posso distruggere
ma ti posso nascondere.
Ti elevo con sinuosi vestiti
ti addolcisco con stravaganti gioielli
Eppur covi sotto, animalesco.
Ma nella notte
ti lascio libero,
nei sogni mi riveli
i tuoi sgradevoli desideri.
D. Dal Zovo

INCIDENTE SOLITARIO

Il sapore mortifero dell'asfalto
si apre all'inizio
come domanda sulla vita.
Poi s'innonda dell'atto
ed il ricordo riporta.
Si vola con il cuore
si vola con il corpo,
ed in questo
la visione si fa macabra
come un termine.
solo attimi
e l'immagine perpetua si spegne.

solo il rumore del motore
che persevera come macchina
ed il saper di essere vivo.....
D. Dal Zovo

CARO FIORELLINO

Caro fiorellino,
te ne stai lì,
immobile fin dal mattino,
taci, non parli, sussurri sol sì.

Caro fiorellino,
temporali
sopporti nel fermo cammino,
schiuso, non cadi, innanzi ai tuoi mali.
25/3/1998 M. Bolla

SCORRE E SCIVOLA 'L TEMPO

Scorre e scivola 'l tempo:
sotto 'l giogo suo scampo;
battiti di tamburi
remoti, più oscuri, travolgono d'assalto quel corpo già divelto..
7/5/1998 M. Bolla
OLTRE

Caparbiamente l'orizzonte s'estende
all'occhio mio,
oltre il cielo, oltre i monti,
oltre la stessa mia mano
stesa in avanti, oltre il dolore
e tutto un colore si riversa
sì che par si confonda
il lamento in quel verde
che l'iride umida di pianto, vede.
E sento i sospiri di lei
sciogliersi nel vento
e una leggera brezza accarezzarmi il
[ viso,
e delle sue sembianze intriso resto
perché so che più, lecito non è.
Altre voci umane più non parlano,
e solo la sua, seppur muta,
è il dolce suono della cicala che canta,
della mosca che vola,
dell'augel che cinguetta piano e
[ senza fretta;
come a contrastar la frenesia
del tempo che svetta
tenace nell'umana specie.
10/8/1998 M. Bolla

SENTIMENTO

Malinconica
cade la pioggia,

l'erba beve del suo pianto
lieta.
Biancheggia 'l canto
pudico dell'aria quieta
d'indomite passioni cadenzata.
Un fruscio velato
serra al cuore
ansie turbate, lievi parole
appena sospirate.
S'apre incantata,
la tenera voglia
che veglia.
24/7/2000 M. Bolla

DOLCE AMORE

Dolce amore, hai visto
come sono cambiato?

Barba incolta e capelli lunghi,
quando uscivi con quell'hippie.
Invano cercavo di sembrare,
dei nazi mi hanno scambiato per un
[ barbone
ed han cominciato a manganellare.

Con che fretta cambi dolce amore?
Ma io cambio con i tuoi gusti.

Occhiali a binocolo e capelli da manuale
quando uscivi con quell'intellettuale.
Cercavo invano di piacerti,
ho studiato per due anni come un
[ pazzo
ora porto gli occhiali perché veramente non vedo un cazzo.
Con che fretta cambi dolce amore?
Ma cambio sempre anch'io con te.

Milioni di viaggi e sonni all'aperto,
quando uscivi con quel scaricatore di
[ porto.
Invano cercavo il tuo sguardo,
mi hanno scambiato per un clandestino
e sono finito due anni al confino.

Dolce amore, ma quanto cambi?
Ma cambio pure io per te.

Macchina da corsa e tuta color carota
quando uscivi con quel pilota.
Invano cercavo la tua approvazione
duecento all'ora contro una balera
e son finito sei anni in galera.

Dolcissimo amore, spero vivamente
ti stia accorgendo, che son sempre
[ presente.

Faccia triste e sorriso da beota
da quando esci con quell'idiota.
Cerco invano il tuo amore
e sto morendo all'ospedale
per la pazzia di farmi amare.

Dolcissima, ti prego ora
continua pure a cambiare.
Ed io con molto amore,
ti mando a cagare.

[geremiade 77]
 
 

DOCUMENTO
Lasciate figli che la linfa vi corra al seno! Cogliete il male il gusto e
l'oblio . Vi giunga la sottile lingua di un serpente dalla pelle d'alabastro
o quel vino screziante dalla coppa d'oro e diamante.
Lasciate il corpo in tragiche visioni, in sublimi passioni o in carnose
illusioni.
Ciò che conta figli cari è la vostra disperazione, fuor da qui, esiste un
mondo nuovo.il gran pianto s'ode e il gusto piace delle lacrime salate.
Aguzzate le lame e bagnatevi le gole, presto il sangue dei nemici vostri
sarà il vostro nettare prezioso.
LOSSERVATORE
Supplemento a "La voce civica",
aut. Trib. Di Vr N. 1215 del 7/1/1996
Direttore responsabile:
Amedeo Tosi
Redazione:
Marco Bolla
Guido Bianchini
Collaboratori del numero:
Denis Dal Zovo
Elisa Negretto (Lola)
geremiade 77
S(cripta)
Nicola Biondaro
Michele Turazza (Mik)
Sabrina & Carolina
Lorenzo Bianchini (il Capo)
Quattro quarti
I giovani di "una città per tutti"

REDAZIONE:
via G. Pascoli, 24
37032 Monteforte d'Alpone (VR)
Preparatevi al dovere allo scontro alla gloria.
Vi giungano le lance, le frecce e gli stendardi ,fieri in combattimento
saranno le vostre vite immolate al divino volere.
Lasciate le case le famiglie e i paesi, lasciate i lavori le tribolazioni e
gli affanni, lasciate le gole urlanti delle vostre genti.
Per loro sarete liberatori dal giogo del tiranno, Forti del vostro
sacrificio, liberati del male e dal maligno.
Lasciate ogni cosa e vestite di scuro, preparate un bagaglio di cose
importanti e cucitelo alla schiena come amico inseparabile.
Scegliete l'arme vostre come avete scelto la moglie vostra e sentitele carne
della vostra carne.
Non abbiate paura mai della morte che vi aspetta, del dolore delle ossa del
la belva del nemico.
Libere saranno le discendenze del guerriero.

Messaggio di incitamento alla lotta popolare
Testo di anonimo, tradotto da un dialetto dell'entroterra balcanica d, di
dubbia origine.
 
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